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Le più recenti minacce di dazi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump riguardano di nuovo gli smartphone, e in particolare gli iPhone, oltre che l’Unione Europea. Trump aveva già preannunciato dei dazi sui telefoni venduti negli Stati Uniti nei mesi scorsi, ma poi li aveva esclusi quasi subito dalle merci interessate, ancora prima di sospendere quasi tutti i provvedimenti sul tema. Venerdì è stato molto specifico: ha tirato in ballo Apple, nominandola direttamente, e solo in seguito ha detto ai giornalisti che la minaccia di un dazio del 25 per cento si applicherebbe anche alla sudcoreana Samsung, la principale azienda concorrente.

L’obiettivo apparente di Trump è ideologico, e sempre lo stesso: far produrre a Apple i suoi smartphone negli Stati Uniti. È però un obiettivo irrealistico e irrealizzabile in tempi brevi, visto che la produzione degli iPhone è globale e dipende profondamente da fabbriche e componentistica asiatiche. Peraltro l’azienda aveva già sostenuto vari costi e sforzi per adeguarsi ai caotici provvedimenti economici di Trump.

La quasi totalità degli iPhone venduti (si stima l’85-90 per cento) proviene dalla Cina: il paese sottoposto ai dazi più alti di tutti, nonostante le riduzioni concordate a metà maggio tra i due paesi. Per adeguarsi alla nuova situazione Apple aveva aumentato le importazioni da altri paesi, specialmente India e Vietnam, con lo scopo di sostituire quelle dalla Cina per il mercato statunitense. Questa operazione le è costata 900 milioni di dollari (quasi 800 milioni di euro), ha detto l’amministratore delegato Tim Cook.