Viviamo in un Paese dove si ammazza ogni minuto, il terrore serpeggia nelle strade, e i criminali non solo la fanno franca, ma irridono la giustizia scaricando le colpe su innocenti capri espiatori. È la sensazione che si ricava dal profluvio informativo che ci investe da qualche settimana a proposito del caso di Garlasco. Eppure, ci dice l’Istat che omicidi e delitti gravi sono in costante calo. Nel 2023 (ultimo dato rilevato) ne sono stati commessi 334: trent’anni prima erano quasi duemila. Da molti anni la media degli omicidi commessi colloca l’Italia sul podio dei paesi europei più sicuri. Ci dice altro, l’Istat. Ci dice che la percentuale dei casi risolti — sempre nel 2023 — è del 90% (299 su 334), con picchi del 95,7 % quando vittima è una donna, e dell’86% quando ci si muove in ambito di criminalità organizzata. La statistica ci spiega dunque che l’Italia è un paese dove si ammazza sempre di meno, e nella stragrande maggioranza dei casi i colpevoli finiscono in galera. Il dibattito intorno a Garlasco fornisce, invece, indicazioni opposte, elevando quel caso a emblema dello stato catastrofico della nostra giustizia. Qui le possibilità sono due: o le statistiche mentono, e non è vero che nove casi su dieci di omicidio si risolvono, quindi siamo al cospetto di una vicenda di numeri ingannevoli, o le statistiche sono veritiere, e falso è l’assunto che le cose vadano così male.