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Paolo Mereghetti

Con Jeunes Mères (Giovani madri) i fratelli Dardenne potrebbero vincere la loro terza Palma d’oro. Probabilmente non succederà (troppo onore?) ma non sarebbe uno scandalo perché il loro nuovo film è davvero una grande riuscita, capace di portare un raggio di speranza nel cinema spesso cupo dei due belgi. Qui ci raccontano i dubbi e le ansie di cinque ragazze madri, nella casa che le accoglie, dove ognuna di loro reagisce come può, chi sperando che l’adozione possa assicurare un futuro migliore alla figlia, chi scommettendo sulla capacità di costruire una famiglia, chi lottando con i fantasmi della propria esistenza. Cinque attrici giovani e spesso esordienti, cinque rese perfette (un premio collettivo?), cinque storie che aprono squarci su una realtà spesso nascosta, cinque dimostrazioni di come lo «stile Dardenne» sia una chiave perfetta per catturare la vita reale.

Una realtà che invece mi sembra sfuggire a Kelly Reichardt e al suo The Mastermind (L’ideatore) che traccia il ritratto di un trentenne (Josh O’Connor) in cerca di un senso per la sua vita. Lui crede di trovarlo nel dilettantesco furto di quadri astratti che commissiona a due ancor più dilettanteschi complici. Perché? Perché le lezioni sull’astrattismo di un professore lo avevano entusiasmato? O perché vuole sfregiare l’ingombrante figura paterna, un giudice dalle idee molto conservatrici? Reichardt non spiega, mostra solo come la realtà finisca per sovrastare quel suo campione di inedia, sballottato dalla sua incompetenza. Il tutto è ambientato nel 1970, quando i giovani scoprivano rabbia e ribellione, ma il film sembra volerli ignorare se non per dare un finale alla storia, che ci lascia senza una ragione per appassionarsi al nulla del suo protagonista.