La stagione delle sorprese si conclude con una serata in cui, per una volta, accade ciò che si prevedeva. La firma di Antonio Conte è impressa a caratteri cubitali sul quarto scudetto del Napoli, così come lo svolazzo di Luciano Spalletti era molto riconoscibile sul terzo. Ne consegue che l’uomo capace di scegliere e convincere questi registi (e da Benitez ad Ancelotti di icone ne aveva già scritturate) merita il ruolo a lui congeniale di produttore dell’operazione. Con tutto il rispetto per Corrado Ferlaino, il presidente dell’età dell’oro, i primi due scudetti del Napoli sono passati alla storia come quelli di Maradona. Terzo e quarto, invece, appartengono ad Aurelio De Laurentiis per la capacità gestionale e la ripetuta abilità nell’individuare il deus ex machina: Spalletti era reduce da un ingeneroso esonero all’Inter, Conte veniva da un’esperienza infelice al Tottenham. Molto spiegabili, ma due sconfitte.
Conte, questo scudetto è un capolavoro. Ma i meriti di De Laurentiis sono enormi
Antonio ha vinto rivitalizzando lo scheletro di una squadra campione soltanto due anni fa e poi implosa. Il presidente però entra nella storia: se i primi due scudetti del Napoli sono quelli di Maradona, terzo e quarto invece appartengono ad Aurelio, per la capacità gestionale e la ripetuta abilità nell’individuare il deus ex machina












