Dall’Ucraina al Medio Oriente in questo momento si discute di paci o di tregue per grandi guerre, ma intanto in una dimenticata periferia del mondo è stata firmata in sordina la pace fra Armenia e Azerbaigian; la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è congratulata con i leader dei due Paesi definendo l’accordo «un importante passo avanti» e promettendo che «l'Ue è pronta a investire nel Caucaso e ad avvicinare l'intera regione alla nostra Unione». Purtroppo la fine del conflitto ha ratificato la scomparsa della comunità cristiana del Nagorno-Karabakh che esisteva (e resisteva) da più di millesettecento anni; per impedire questo risultato non sono state decise sanzioni economiche occidentali né è stata costituita alcuna coalizione di Volenterosi.
Un’entità cristiana dal 301 D.C.
Il Nagorno-Karabakh era un’enclave cristiana nel territorio islamico dell’Azerbaigian, con una popolazione di centocinquantamila anime in una frazione di territorio dell’antica Armenia, che fu il primo regno in assoluto a convertirsi al cristianesimo, nel remoto anno 301 d.C. Facendo un salto di molti secoli, nel 1991 la guerra fra l’Armenia e l’Azerbaigian per disputarsi questa piccola regione è scoppiata nel punto di intersezione fra due macro-eventi, cioè l’esplosione di un’ostilità religiosa plurimillenaria e il crollo dell’Unione Sovietica che ha fatto saltare molti equilibri etnici nel mondo ex comunista. Nel conflitto che scoppiò nel ’91 ognuno dei due popoli, gli armeni e gli azeri, aveva diritti da rivendicare: gli armeni sventolavano il vessillo dell’identità e dell’autodeterminazione, gli azeri si appellavano al principio dell’integrità territoriale del loro Stato. Dal 1991 al 2020 gli armeni sono riusciti a prevalere, ma due offensive militari azere nel 2020 e nel 2023 hanno liquidato la loro posizione; ne è seguito un esodo che ha quasi cancellato l’antica comunità cristiana del Nagorno-Karabakh. Pulizia etnica.






