ROMA. Nove leader europei, nove Paesi – Danimarca, Italia, Austria, Belgio, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Repubblica Ceca – hanno firmato una lettera appello per sollecitare un cambio di paradigma sull’immigrazione, sui diritti e sui rimpatri. «Crediamo – c’è scritto – sia necessario analizzare come la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia sviluppato la sua interpretazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo». L’iniziativa nasce su impulso della premier Giorgia Meloni e della collega danese Mette Friedriksen, l’unica iscritta al gruppo europeo dei socialisti. Gli altri sono popolari, conservatori (il premier ceco, oltre a Meloni) e liberali. Per peso specifico assieme all’Italia c’è solo un altro Paese tra i grandi, la Polonia. Non la Francia, non la Germania, nonostante la svolta più a destra del cancelliere Friedrich Merz. I leader sono convinti che è solo il primo passo, verso un cambiamento “necessario” per rendere più semplici le procedure di espulsione e di respingimento dei migranti irregolari. Meloni considera questo l’inizio di un dibattito per misurare l’efficacia di convenzioni «a distanza di qualche decennio da quando sono state scritte».

Friedriksen, che ieri ha parlato accanto alla presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, durante le dichiarazioni alla stampa (senza domande), ha precisato che la lettera non significa non essere a favore dello stato di diritto o delle convenzioni, ma è un’ammissione di impotenza: «È diventato troppo difficile espellere stranieri che commettono reati dalle nostre società. Siamo grandi sostenitori di questo apparato giuridico ma dobbiamo prendere decisioni politiche, democratiche, a protezione dei nostri cittadini».