«Il paziente è vivo» ma il libero mercato è azzoppato dalla guerra commerciale e peggio sarebbero andate le cose senza i negoziati Usa Cina in corso: «10 milioni di disoccupati in Cina - stima l’economista Yang Yao - e una caduta del Pil del 2%». A quasi due mesi dal “Liberation Day” di Donald Trump, non c’è attività globale, dall’agricoltura alle criptovalute, dalla produzione di avocado in Messico a quella di chip a Taiwan che non sia stata colpita dall’intervento protezionistico della presidenza Usa; una tempesta di dazi per abbattere il deficit commerciale con Cina, Europa e resto del mondo e invertire decenni di delocalizzazione della corporate America.

Certo, è un periodo favoloso per gli economisti: gli Stati Uniti sono oggi come un caleidoscopio instabile che, scosso ogni giorno dagli ordini esecutivi di Trump, ridisegna nuovi scenari di inflazione, tassi d’interesse, rendimenti del debito pubblico, andamenti di Borsa, valute e beni rifugio. Cambiano i nomi di golfo del Messico e del Golfo Persico ma, soprattutto, cambiano i confini fra protezionismo e libero mercato. Al Festival dell’Economia di Trento, il tema è stato analizzato in una tavola rotonda con Fulvio Giorgi, amministratore delegato di IMQ, Paolo Gualtieri, professore ordinario di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Pier Maria Saccani, direttore generale del Consorzio di tutela mozzarella di bufala campana DOP, Yang Yao, professore Ordinario di Economia al China Center for Economic Research e Andrea Zoppini professore ordinario di Diritto civile all’Università degli studi di Roma Tre. Le origini di questa ondata protezionistica, ha spiegato ieri Paolo Gualtieri, poggiano sulla «deindustrializzazione che è stata in parte frutto della globalizzazione, dell’apertura degli scambi». La regola del «libero mercato in cui ciascuno produce quello che sa fare meglio, e lo vende agli altri, ha spiazzato alcune produzioni creando dei perdenti»; «diseguaglianze, non soltanto tra aree produttive ma anche fra generazioni», che hanno lasciato indietro i cinquantenni di oggi e le aree rurali, chi è ha perso il treno dell’innovazione. Vista dal lato dei grandi protagonisti del made in Italy, non tutto è disastroso: «Un chilo di mozzarella campana negli Usa costa 65 -75 dollari», ha detto Saccani, chi la compra non lo fa per risparmiare e per il settore «sarà possibile assorbire il colpo dei dazi». Lo scenario comunque è quello di una ridefinizione degli equilibri commerciali con gli Stati Uniti:” Io sono ottimista - ha spiegato Yang Yao – un accordo è urgente; l’economia Usa sta rallentando e la Cina, che sta cambiando il modello economico, da economia di produzione rivolta all’export a economia di consumo, senza l’accordo di Ginevra avrebbe accusato un calo del Pil del 2% e 10 milioni di disoccupati”