«Arrivano la farina e il gasolio, preparatevi», dicono a Zad e Albanah, le due panettiere che hanno un forno a Deir al-Balah. Le donne corrono al negozio che è chiuso da un mese. Puliscono il pavimento dalla terra che si insinua sotto la fessura della porta. Strofinano il tavolo «su cui lavoriamo da oltre vent’anni», raccontano. Lo tirano a lucido in attesa della farina — l’oro bianco, la chiamano lì — che da undici settimane non entra a Gaza. Fanno il pane, la pita. Contrordine: «Forse domani». Dopo oltre due mesi di assedio totale, Benjamin Netanyahu ha concesso l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia perché altrimenti «Israele perderà i suoi sostegni all’estero e non riusciremo a ottenere la vittoria». Nelle stesse ore, da una parte il primo ministro autorizza l’inizio dell’offensiva di terra e intensifica i bombardamenti per placare la sete di vendetta degli alleati di estrema destra, e dall’altra apre il valico di Kerem Shalom — «vigna della pace» — a cibo e medicine in «quantità minime», per accontentare l’amico Donald Trump che pare essersi accorto della devastante crisi umanitaria in corso nella Striscia accerchiata.