Il lusso patinato delle boutique e le immagini aspirazionali delle campagne pubblicitarie nascondono spesso una realtà produttiva ben più complessa e, a volte, problematica. Negli ultimi mesi, le indagini della Procura di Milano hanno iniziato a scoperchiare il cosiddetto “Vaso di Pandora” delle filiere dell’alta moda, portando alla luce casi di lavoro nero e sfruttamento di manodopera, spesso in opifici gestiti da cittadini cinesi, per la produzione di borse e accessori venduti poi a prezzi a migliaia di euro. Marchi come Alviero Martini, Armani e Valentino sono finiti sotto la lente degli inquirenti per le presunte irregolarità nelle catene dei loro subfornitori. In questo contesto di crescente attenzione sulla responsabilità etica e sociale dei grandi brand, si inserisce la recente decisione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) riguardo a Dior. L’Antitrust ha annunciato oggi di aver chiuso “con impegni” e senza l’accertamento di alcun illecito l’istruttoria avviata nel luglio 2024 nei confronti delle società del gruppo, Christian Dior Couture S.A., Christian Dior Italia S.r.l. e Manufactures Dior S.r.l.

L’indagine dell’Autorità era partita da possibili violazioni del Codice del Consumo, in particolare per la diffusione di dichiarazioni etiche e di responsabilità sociale ritenute potenzialmente non veritiere. Il focus era sulle condizioni di lavoro e sul rispetto della legalità presso alcuni fornitori di prodotti di pelletteria della celebre maison francese. In pratica, si sospettava che le affermazioni pubbliche di Dior sul suo impegno etico non corrispondessero pienamente alla realtà operativa di alcuni suoi terzisti. Di fronte alle contestazioni dell’Antitrust, Dior ha scelto la via della collaborazione, proponendo una serie di impegni concreti, che l’Autorità ha ora accettato e reso vincolanti. Questi, pur non implicando un’ammissione di colpa per le accuse iniziali, rappresentano un passo significativo. Al centro delle misure c’è un sostegno economico di 2 milioni di euro che Dior si impegna a destinare, nell’arco di cinque anni, a iniziative specifiche per identificare le vittime di sfruttamento lavorativo nella filiera della moda italiana, con progetti aperti anche ad altri brand. Questi fondi serviranno ad accompagnare le persone coinvolte in percorsi dedicati di protezione, formazione, assistenza e reinserimento socio-lavorativo.