«No, non piango». Quando Caryl Menghetti si alza per andare al microfono in aula, sembra volerlo promettere più a se stessa che all’avvocato Danilo Buongiorno che le è accanto. Vuole dire quello che ricorda e raccontare come stanno le cose, nella sua testa. È tutto lì, questo processo per l’omicidio del marito Diego Rota, 55 anni, dieci più di lei, con i periti e i consulenti concordi sulla incapacità di intendere e volere quando lo accoltellò, e sul fatto — il quesito a cui hanno risposto ieri — che per ora il luogo migliore per lei resti la Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza di Castiglione delle Stiviere. Caryl non piange perché si contiene, anche se nei momenti evidentemente per lei più significativi gli occhi le si riempiono di lacrime. Si passa un fazzoletto di carta sul viso acqua e sapone, con i capelli raccolti in una mezza coda, lo stringe e lo sfrega tra le mani.