Un eccelso precursore del Rinascimento, autore di opere che aprirono la strada a una rappresentazione del sacro molto più realistica e umana che in passato, artista di cui peraltro niente si conosce attraverso le fonti documentarie. E' Cimabue il grande maestro raccontato nell'ultimo volume d'arte Menarini, presentato ad Arezzo nella Chiesa di San Domenico, al cospetto della prima opera dell'artista, il Crocifisso di legno sagomato, dipinto a tempera e oro posto in alto sopra l'altar maggiore, realizzato nella seconda metà del Duecento - è databile intorno al 1270 - dal sommo interprete della pittura, nato molto probabilmente a Firenze intorno al 1240 con il nome di Bencivieni di Giuseppe, morto verosimilmente nel 1302, formatosi con Coppo di Marcovaldo e che ha segnato il suo tempo e i secoli a venire.

L'autrice della monografia, Miriam Fileti Mazza, storica dell'arte, per quarant'anni docente alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ha presentato al pubblico l'ultima pubblicazione della collana d'arte del Gruppo Menarini, pubblicata da Pacini editore. La presentazione ha visto anche la partecipazione della storica dell'arte Liletta Fornasari, che ha ripercorso storia e capolavori della maestosa basilica gotica di Arezzo, che nel gennaio 1276, solo parzialmente completata, ospitò tra l'altro quello che per la Chiesa di Roma fu il primo conclave della storia. "Nell'essenzialità di un'armonia silenziosa, Cimabue è stato capace di emozionare e condurre verso un sentimento di riflessione per la religiosità, al di sopra di ogni fede o dogma - ha detto Miriam Fileti Mazza -. Il volume d'arte Menarini su questo grande maestro ripercorre il racconto visivo di colui il quale, uscendo dalla primitiva pittura bizantina, aprì la strada alla nuova arte che avrebbe condotto poi al Rinascimento; la sua pittura lontana nel tempo si riappropria della percezione, donando ancora mistero, naturalezza e il fascino antico delle origini".