Per capire quale importanza e peso riveste la previdenza in Italia basta un dato. Parliamo dei tre quarti della spesa per prestazioni sociali che a sua volta vale un quinto del Pil. Numeri stratosferici. A metterli in fila, c’è da tremare. L’Italia spenderà quest’anno 344,4 miliardi per le pensioni su 461 miliardi per il sociale: il 75%. Rispetto al Pil siamo al 15,3%, una delle percentuali più alte d’Europa che tuttavia tiene dentro tutto: spesa previdenziale coperta dai contributi dei lavoratori e spesa assistenziale. Questa percentuale del 15,3% sarà mantenuta stabile anche nel 2026 e nel 2027, almeno nelle intenzioni del governo Meloni. Prima di toccare il picco della gobba previdenziale al 17% nel 2040. In valore assoluto, la spesa per pensioni salirà a 355,3 miliardi l’anno prossimo e a 365,6 miliardi quello ancora dopo.
La spesa per le pensioni nei documenti del governo
E anzi. Nota la Corte dei Conti – nella sua relazione di aprile al Documento di finanza pubblica, l’erede del Def – che il governo ha tagliato di 4,5 miliardi in quattro anni, dal 2024 al 2027, la stima della spesa per pensioni. Una “piccola” dieta dopo aver previsto l’anno scorso un’indicizzazione più generosa di quanto effettivamente si sia rivelata. L’esecutivo di destra non ha avuto un approccio morbido nei confronti della rivalutazione degli assegni in un’epoca di alta inflazione. Cambiare metodo dagli scaglioni alle fasce, comprimendo la percentuale per gli assegni medio-alti, ha comportato cospicui risparmi per lo Stato: 54 miliardi lordi al 2032 (37 miliardi al netto delle tasse). Ma dolorosi tagli per i pensionati che non recuperano più le somme perse. Tutto legittimo però secondo la Corte Costituzionale, che a metà febbraio ha bocciato i ricorsi di Toscana e Campania promossi da presidi di scuola pubblica.






