Al principe saudita abbracci e ripetute dichiarazioni di gradimento, «Mi piaci, mi piaci tanto». Al premier israeliano nemmeno una visita nel primo viaggio in Medio Oriente, Gerusalemme bypassata e l’ostentazione di un gelo senza precedenti. Non basta per dire che Donald Trump stia per riservare a Benjamin Netanyahu un trattamento alla Zelensky, ma se si pensa che Israele è sempre stato intoccabile anche per lui mentre l’Ucraina non l’ha mai fatto impazzire, il cambio di tono colpisce. E proseguendo il parallelo, la cotta per Mohammed bin Salman, o MbS, il principe reggente saudita, ha contorni molto simili a quella di Donald per Putin: ammirazione per il carattere deciso (eufemismo) e i modi spicci, invidia per le scorciatoie decisioniste consentite dall’azzeramento di ogni aspirazione democratica e soprattutto affinità «valoriali» succose, ovvero affinità materiali: la possibilità di fare affari senza vincoli e senza limiti, cosa che con la Russia sarà possibile appena Trump avrà risolto la fastidiosa grana ucraina e potrà togliere le sanzioni contro Mosca. Con MbS, invece, il matrimonio d’affari celebrato in questi giorni sta già dando frutti corposi. Ed è anche un matrimonio strategico, che intralcia i piani israeliani di una guerra senza fine a Gaza ma che, almeno al momento, non sembra considerare il futuro di Gaza e dei palestinesi una priorità. Anche se i rumors accreditano un Piano di pace che il presidente americano potrebbe annunciare venerdì. E con lui le sorprese, ormai s’è capito, non sono mai da escludere. D’altronde non sarebbe un inedito: i suoi Accordi di Abramo del 2020 – con il riconoscimento tra Israele, Emirati, Bahrein, Marocco e Sudan – includevano uno Stato palestinese delineato in tutti i dettagli, con la firma di Netanyahu. Che poi fu il solito maestro nell’incassare i riconoscimenti senza la minima traccia di Palestina.