BRUXELLES – Il mercato unico è diventato il fiore all’occhiello dell’Unione europea, ma anche paradossalmente lo specchio delle sue inefficienze e dei suoi bizantinismi. A trent’anni dalla sua nascita, gli scambi restano segnati da ostacoli e barriere. Il ritardo europeo in termini di competitività e l’incertezza politica in campo internazionale spingono a un rilancio del mercato unico. Un rilancio il cui successo dipenderà da tendenze protezionistiche dure a morire.

Ancora di recente, alla fine dell’anno scorso, il Fondo monetario internazionale notava le perduranti imperfezioni del mercato unico europeo. In una relazione, il direttore Europa dell’FMI Alfred Kammer sottolineava il divario tra Stati Uniti e Unione europea in termini di innovazione. Soprattutto evidenziava quanto debole sia in Europa l’intensità del commercio tra i Paesi membri, pari a metà di quella esistente tra gli stati federati americani.

«Questo divario – spiega il Fondo - riflette le elevate barriere commerciali ancora esistenti tra i Ventisette. Secondo le nostre stime – prosegue l’organizzazione internazionale - il costo medio per vendere beni negli Stati membri dell’Unione europea equivale a una tariffa di circa il 45%, mentre negli Stati Uniti l’equivalente è di circa il 15% (…) Per i servizi esistono barriere ancora più elevate, con un equivalente tariffario stimato al 110%, in media».