Gabriel García Márquez l’autore di Cent’anni di solitudine, il più amato tra gli scrittori latinoamericani, piccolo, quadrato, baffuto e seducente, spiega di aver accettato di far parte della giuria del festival di Cannes perché glielo ha chiesto un amico, il ministro francese della Cultura, Jack Lang. «L’ho conosciuto quando girava per l’America Latina con il teatro di Nancy, jeans e testa romantica, un ragazzo uscito dal Sessantotto. L’ultima cosa immaginabile era che sarebbe diventato ministro». Da lui lo scrittore colombiano ha avuto pure un incarico statale di consulenza per i rapporti culturali franco-latinoamericani: «Sto a Parigi nei tre mesi dell’anno in cui non fa freddo, vado in Colombia per quattro-sei mesi l’anno, abito a Città del Messico nel resto del tempo. Vado spesso anche a Roma, ho lì tanti amici: non letterati ma gente di cinema. Rosi, Antonioni, Pontecorvo, Monica Vitti, Bertolucci... Un altro amico è il presidente francese Mitterrand: «Gli aveva parlato di me Pablo Neruda quando era ambasciatore a Parigi, gli aveva fatto leggere i miei libri. Venne in Messico dopo la sconfitta alle precedenti elezioni presidenziali e sembrava malato, sfiduciato, stanco: adesso, l’ho visto anche l’altra sera all’Eliseo, il potere l’ha ringiovanito...». Il nuovo romanzo di García Márquez , Cronaca di una morte annunciata, pubblicato in più di un milione di copie in Spagna, Colombia, Messico, Argentina, sta per uscire in Italia. Ma in giorni come questi è inevitabile che il narratore del Paese latinoamericano (se parlando di New York dici «in America», subito ti corregge: «Negli Stati Uniti») si appassioni, prima che ai libri o al cinema, alla politica. L’Argentina, la guerra con gli inglesi: da che parte sta lei?«Per la gente politicamente matura e capace di analisi, che è contro il governo argentino, è stato un problema: perché in Sudamerica non soltanto ogni governo, salvo tre, ma la gente, tutti, si sono schierati con slancio dalla parte dell’Argentina. È un sentimento passionale di tutto il continente, un riflesso anticolonialista profondo: accentuato dalla posizione veramente incomprensibile assunta dagli Stati Uniti. Quello che tanti europei non hanno capito è che la giunta militare argentina non sopravviverà a questo episodio, che questa guerra segnerà la sua fine...». “Cronaca di una morte annunciata” racconta una storia?«No, un fatto di cronaca, un delitto realmente accaduto trent’anni fa in un piccolo paese della Colombia: una giovane sposa venne riportata alla casa paterna, nella notte delle nozze, dal marito che non l’aveva trovata vergine; i parenti della ragazza pretesero di conoscere il nome del seduttore; e i suoi due fratelli, costretti dall’onore della famiglia a lavare l’onta col sangue, lo uccisero. È un libro molto breve, 160 pagine, molto facile da leggere, raccontato con un linguaggio molto accessibile. Il metodo che ho usato, da investigatore del “giallo” della società, da ricostruttore di storie, è simile a quello di Sciascia: l’aneddoto è soltanto il pretesto per radiografare un microcosmo sociale. Non so neppure se ciò che ho scritto è davvero quanto accadde allora, forse la vita mi ha confuso la memoria. So che doveva essere il mio primo libro: da trent’anni questa storia continuava ad andare e tornare in me». Perché non l’ha scritta prima?«Mia madre mi pregò di non farlo: la madre dell’ucciso, ora morta, era una sua amica. E l’assassinio del seduttore avvenne perché quella sua madre gli chiuse la porta in faccia, gli impedì di rifugiarsi in casa. Non credeva che l’avrebbero davvero ammazzato, pensava a una lite tra giovanotti cresciuti insieme ed amici da sempre; ma il suo sentimento dominante era la paura dello scandalo, la volontà di tenere a ogni costo lo scandalo fuori di casa sua. Così senza volerlo, per pregiudizio e destino, una madre rese possibile l’uccisione del figlio. Per pregiudizio e destino due fratelli, che non erano assassini, uccisero. Non volevano, continuavano a dire a tutti che andavano per uccidere nella speranza che qualcuno li ostacolasse, ma nessuno del paese li fermò: dovevano uccidere, era una questione d’onore, una vendetta sociale, una morte rituale». È una storia che appartiene al passato?«Da noi, è ancora contemporanea. Restano immutati, nei piccoli paesi, quel concetto dell’onore, quel valore della verginità, il timore dello scandalo, la ritualità dell’uccisione, quelle leggi sociali indifferenti alla persona, più forti dell’uomo e per esso distruttive. Il romanzo è anche una occasione per analizzare la condizione della donna, e non soltanto da noi: Francesco Rosi voleva farne un film, e ambientarlo in Sicilia. A me non va: come dietro ogni grand’uomo c’è una gran donna mentre dietro ogni grande donna c’è un uomo da poco, così non conosco grandi film tratti da grandi romanzi, mentre ho visto grandi film tratti da romanzi mediocri». “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa è un romanzo mediocre?«Io preferisco il film che ne fece Visconti. Se Cronica de una muerte anunciada ha la tensione di un giallo, il mistero si addensa sull’interrogativo: come è avvenuto il delitto? Le altre domande tradizionali del poliziesco - chi, quando, dove, perché?- ottengono risposta subito, sin dal primo capitolo. Volevo vedere se, pur sapendo tutto dall’inizio, la gente avrebbe seguitato a leggere, e credo che il test sia risultato positivo: del libro si sono già vendute più di un milione di copie, continuano a vendersene e spero se ne venderanno anche in Italia, che dopo i Paesi di lingua spagnola è il posto dove i miei libri vengono letti di più». Avere molti lettori è la cosa più importante, per lei?«Io scrivo per essere letto dal maggior numero di persone possibile, per comunicare... No, non è vero. Scrivo per essere amato: e il mio desiderio di essere amato è immenso, infinito». L’assassino è il fato«Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5.30 del mattino per andare ad aspettare il bastimento con cui arrivava il vescovo». Inizia così “Cronaca di una morte annunciata”, ultima opera del colombiano Gabriel García Márquez, il prestigioso autore di “Cent’anni di solitudine”. E termina, un’ora e dieci più tardi: «Mia zia Wenefrida Márquez stava squamando una alosa nel patio della sua casa, dall’altra parte del fiume, e lo vide scendere le scalinate del vecchio molo cercando con passo fermo la direzione di casa sua. «Santiago, figlio mio» gli gridò, «che ti succede». Santiago Nasar la riconobbe. «È che mi hanno ammazzato, piccola Wene» disse. Inciampò sull’ultimo gradino, ma si rialzò subito. “Ebbe persino cura di scuotersi con la mano la terra che gli era rimasta sulle trippe” mi disse mia zia Wene. Poi entrò in casa per la porta posteriore, che stava aperta dalle sei, e crollò ventre a terra in cucina». Si chiude dunque, emblematicamente, il racconto, chiudendosi contemporaneamente il cerchio che Santiago Nasar è costretto a percorrere tra le due porte di casa sua. Se la madre, per sbaglio fatale (abbastanza oscuro) non avesse sbarrato la porta davanti, credendolo già rientrato in casa, Nasar sarebbe sfuggito ai suoi nemici. Invece, proprio davanti al portone, e accoltellato e, moribondo, rientra attraverso la porta da cui era uscito un’ora e dieci prima: bello trionfante, vestito di lino bianco, un giovane arabo dai capelli ricciuti. Si verificano dunque quelle sequenze locali e temporali che sono state studiate con tanta accuratezza dalla critica marquesiana: infatti troviamo qui il sovrapporsi della «misurazione cronistica e delle pulsioni temporali che anticipano l’avvenire (o protraggono il passato) identificato da Cesare Segre, in un celebre saggio (nei Segni e la critica, Einaudi, 1969), come il «tempo curvo di García Márquez». Buona parte della vicenda si fonda poi sulla narrazione anticipata, anzi, ove si consideri che l’anticipo sta già nel titolo, cioè nella morte annunciata, si deve concludere che il cronista narra ai suoi lettori quanto avviene due volte, creando un senso incombente di fatalità. Mai disgiunto, si capisce, da quella “soledad”, solitudine, che è, per l’eroe, fuga dagli avvenimenti, e per tutto il paese, «fuga collettiva dalla realtà». Ma perché, in questo «giallo di società», noto a García Márquez da trent’anni e fino a oggi mai narrato, esiste un delitto? La sera prima, dopo le nozze, una sposa, scoperta non più vergine, è ricondotta in famiglia dove accusa Santiago di averla sedotta. I fratelli gemelli si preparano, con coltelli da macellaio, a lavare l’offesa, pur indicando, attraverso molteplici avvertimenti, diretti e indiretti, di non voler veramente uccidere. Riferimenti, approcci, movimenti “sur place” si compongono in un intricato e macabro balletto di tutta la popolazione del paese caraibico: tutto si dipana tra la casa di Nasar e il molo, dove compare, ma non si ferma (e questo è elemento di fatalità) il bastimento da cui il vescovo non scende. Lo scenario ha dettagli realistici (i «mandorli nevati», i tamarindi, le paludi), altri fantastici (il bastimento come drago, lo sposo che appare come diavolo, Santiago che ad altri, invece, prima di morire fa l’effetto di fantasma) ma si caratterizza soprattutto per le sproporzioni, la mancanza di prospettiva, quel che di composito e ravvicinato che è proprio delle vedute medievali. In effetti, l’immagine sovrastante, iconograficamente alta come le stesse case, è quella di Santiago Nasar che, colpito a morte, si tiene con le mani le viscere «pulite e azzurre». Delitto d’onore? Nelle cecità e sordità collettiva è, di tutti i moventi, il più debole. In effetti, attraverso la frammentazione delle informazioni, Márquez ci lascia intendere che Nasar non è quasi sicuramente il seduttore e la sposa l’ha accusato soltanto per dispetto. Egli è dunque perduto dalle donne, dalla fanciulla, Divina Fior, che vive in casa, si sa destinata al suo letto e crede di averlo visto rientrare e, soprattutto, dalla madre. “Enfant”, come il giovane Perceval, Nasar subisce un destino eroico alla rovescia, perché non uccide la madre per dolore ma è ucciso da lei. Questa “Cronaca”, specie nella prima parte, rappresenta, mi sembra, l’esito più felice di García Márquez dopo “Cent’anni di solitudine”. La prosa, caratteristicamente ricca di riferimenti magici e sensuali (tradotta da Dario Puccini con riuscita e deliberata sostenutezza), fa da sfondo alla figura dell’eroe, struggente per la coscienza della propria condizione peritura. Il motto preposto al romanzo: «La caccia d’amore è caccia di falconeria», tratto dal poeta cinquecentesco Gil Vicente indica chiaramente la “Cronaca” come un “giallo” dello spirito. Angela Bianchini
1982 – Gabriel García Márquez: «La verità è che scrivo romanzi perché ho bisogno di essere amato»
Nell’anno del Nobel l’autore colombiano di “Cent’anni di solitudine” racconta una cupa storia realmente accaduta







