Il futuro del calcio italiano sta per finire in tribunale. I presidenti della Serie A, all’unanimità, hanno deciso di impugnare l’ultima delibera del consiglio Figc con cui sono stati confermati i regolamenti in vista delle prossime elezioni del 4 novembre. È il risultato dell’emendamento Mulè: adesso che c’è una legge dello Stato che stabilisce che la Serie A deve pesare di più, i patron giustamente non ne vogliono sapere di andare a votare con le vecchie regole, con cui la riconferma del sistema Gravina (che sia lui in persona, o un sostituto a lui gradito) è praticamente scontata.

Sta succedendo ciò che si poteva immaginare con l’approvazione in Commissione del famoso emendamento Mulè, che Il Fatto ha anticipato per primo. Il provvedimento, osteggiato in tutti i modi dalla FederCalcio (con tanto di minaccia di fantomatiche sanzioni internazionali da parte di Uefa e Fifa), accoglie una storica rivendicazione dei presidenti: fino ad oggi la Lega Calcio valeva solo il 12% dei voti e contava appena 3 consiglieri su 20 in consiglio, infatti non ha mai deciso nulla nella governance del pallone. Adesso dovrà avere una “equa rappresentanza, tenendo conto anche del contributo economico apportato”, visto che il calcio è un sistema di mutualità generale, ovvero si basa sul 10% dei ricavi dei diritti tv che ogni anno la Serie A gira alla base del movimento.