Niente elezioni anticipate. Il futuro del calcio italiano non si deciderà il 4 novembre, come voleva il presidente Gravina, che aveva forzato i tempi per bruciare gli avversari e puntare all’ennesima rielezione, ma soltanto a inizio 2025: prima di votare, infatti, andranno rivisti i pesi elettorali, come chiedeva la Serie A (che dovrà contare di più) e soprattutto come ha stabilito il parlamento, con il famoso emendamento Mulè approvato nelle scorse settimane.

È questo l’esito dell’atteso incontro in Figc tra il presidente e le varie componenti, convocato da Gravina all’indomani del cambio della normativa. Come raccontato dal Fatto, in un primo momento, il numero uno del pallone sembrava intenzionato a tirar dritto: buttare la palla in tribuna e andare a votare con le vecchie regole, che lo favoriscono, per continuare a dare lui le carte. Ma il piano si è scontrato con il ricorso presentato dalla Lega Calcio, che ha impugnato i regolamenti elettorali ritenuti illegittimi: chiara “violazione del principio democratico-rappresentativo”, e “dei principi di proporzionalità e ragionevolezza”, si legge nel documento depositato negli scorsi giorni. Una dichiarazione di guerra a cui è seguita analoga decisione da parte della Lega Serie B di Mauro Balata, che pure aveva votato contro in consiglio federale. Troppo alto il rischio di finire in tribunale, con lo spettro di un eventuale commissariamento. Anche la politica, e il ministro Andrea Abodi, hanno fatto capire a Gravina che una forzatura del genere sarebbe stata solo controproducente. Così la marcia indietro.