Settimana calda per il debito pubblico statunitense i cui tassi, recentemente ballerini, stanno mettendo sotto pressione tutte le altre classi di investimento. In tre giorni il Tesoro Usa chiederà al mercato la cifra monstre di 183 miliardi di dollari, spalmati su titoli a due anni (domani in asta per un controvalore di 69 miliardi), cinque anni (mercoledì per 70 miliardi) e sette anni (giovedì, 44 miliardi). Con ogni probabilità Washington dovrà concedere cedole più onerose rispetto ai precedenti collocamenti, stando ai recenti balzi dei rendimenti sul secondario dove i titoli a due anni hanno sfiorato il 5%, tornando ai massimi degli ultimi cinque mesi. A metà gennaio i rendimenti erano scivolati al 4,14% per poi risalire la china man mano che i dati macro nel frattempo pubblicati hanno evidenziato un’economia forte e resiliente (nel secondo trimestre il Pil sta viaggiando a +2,9% secondo le stime in tempo reale della Fed di Atlanta) e un’inflazione più appiccicosa del previsto (quella “core”, depurata per le componenti più volatili, è al 3,8%, quasi il doppio dell’obiettivo della Federal Reserve vicino al 2%).
Lo scatto dei rendimenti
L’ultimo scatto dei rendimenti - che ha portato alle vendite anche nella parte lunga della curva con il decennale balzato al 4,65% (dal 3,8% di gennaio) - è arrivato in seguito proprio alla pubblicazione dell’inflazione del mese di marzo, più alta delle attese, che ha infranto le speranze che i prezzi elevati di gennaio e febbraio fossero un’anomalia, alimentando la prospettiva che l’inflazione possa rimanere persistente per un certo tempo. Lo stesso governatore della Federal Reserve Jerome Powell la scorsa settimana ha ribadito che dopo gli ultimi dati macro non c’è fretta per tagliare i tassi. Al momento i future sui tassi scontano appena una sforbiciata nel corso del 2024 (tra settembre e novembre) mentre l’inizio dell’anno era partito con aspettative ben più aggressive (sei/sette tagli prezzati dai bond).






