Ogni tanto io e il mio amico Federico chiacchieriamo al telefono. Finiamo puntualmente a discutere di montagne, che è parlare di noi e della vita, delle cose che accadono, di contorni e sfumature. Federico con le montagne ci lavora spesso, sia a livello fotografico sia di scrittura, e confrontarmi con lui mi aiuta a mettere in ordine le idee e ascoltare un punto di vista eterogeneo, puntuale e interessante, anche quando differisce dal mio. Era inevitabile che qualche giorno fa parte dei nostri discorsi vertessero sulla valanga che ha travolto dieci alpinisti e alpiniste sul Broad Peak. «Potresti scrivere anche tu di Purja», mi dice, ironico. «Sembra sia morto solo lui» e ripenso alle commemorazioni sui social e agli articoli di giornale, corredati da alcune sue fotografie in posa eroica. Federico sottolinea quanto poco traspaiano le controversie legate ai suoi record sportivi – ha scalato sì i 14 Ottomila in sei mesi e sei giorni, ma con il supporto di ossigeno – e le accuse di molestie sessuali, documentate da un articolo pubblicato a maggio 2024 da The New York Times, negate dall’alpinista nepalese tramite il suo avvocato. Ma questa non vuole essere un’invettiva contro Nirmal “Nims” Purja, o l’ennesimo commiato. Non è la sua “tragedia”, è la tragedia di dieci persone. Anziché esaltarne una, si attribuisca a tutte la stessa dignità. «La scienza della neve non è esatta. A certe quote non puoi prevedere quando e se cadrà una valanga. C’è sempre l’incognita, con gli effetti del cambiamento climatico le percentuali aumentano, chi sale ne è consapevole. Sembra paradossale, ma ci sono molte più probabilità che gli incidenti accadano alle e ai più esperti, se vogliamo definirli così, quelli e quelle più forti” mi risponde, e ha ragione. Se le montagne le frequenti, ci sali e ci scendi, con quell’incognita bisogna farci i conti. E più le temperature si alzano, più crolli e valanghe diventeranno frequenti – la frana a 3900 metri sul Cervino, il Passo San Pellegrino, la valanga sul ghiacciaio di Solda - più persone saranno coinvolte. Non è la prima volta che i media mitizzano la morte in montagna, concentrandosi sulle figure di maggior risonanza o che hanno ottenuto maggiori successi o riconoscimenti. Fortunatamente e finalmente si sta abbandonando la retorica delle montagne travestite da killer e assassine, personificate come esseri coscienti che non perdonano.Trascinati dalla foga di fare notizia, viene ignorato il dolore di famiglie e amicə, che ritrovano il proprio lutto e il proprio dolore sbattuti in prima pagina. Alcuni dei corpi dispersi sul Broad Peak sono stati ritrovati, altre fotografie e video. C’è bisogno di immortalare e riprendere delle sacche termiche che vengono trasportate via in elicottero, di farne un caso mediatico? Io e Federico concordiamo sul fatto che moltə di noi alla morte sono diventatə impermeabilə, che vedere certe immagini non causa alcun effetto o reazione. Ciò non significa sia legittimo assecondarlo. La responsabilità è di chi le informazioni le veicola, e come sceglie di farlo. Prima di essere “casi di cronaca” ogni morte, comprese quelle in montagna, sono lutti. Non c’è nulla di eroico o straordinario. Il dolore lo vive chi i giornali li legge, vede le foto e guarda i video. Il rispetto è in prima battuta da portare a chi ancora respira. Che fare, quindi, come raccontare. Lo scrissi tempo fa per questa testata, lo ripeto adesso. La verità è che c’è poco, non c’è niente, da dire.