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Storia in 1 fonti

La voce dei ghiacciai

Secondo Copernicus, programma di osservazione della Terra dell’Unione europea, lo scorso mese è stato il secondo giugno più caldo che sia mai stato registrato in Europa, preceduto solo da quello dell’annata 2019. Ho provato a ripensare al giugno di sette anni fa, se avessi sofferto quell’ondata di caldo da stringere il respiro e schiacciare il petto. In passato ho già citato «Circostanze incendiarie» e «La grande cecità» di Amitav Ghosh. Da quando li ho letti mi è rimasta incollata addosso una sensazione di inquietudine, di sorpresa mescolata alla paura. Se chiunque di noi ricorda dov’era, cosa stava facendo e cosa ha provato quando il mondo intero si è sintonizzato sul crollo delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001, la nostra memoria funziona diversamente riguardo agli eventi climatici che, ormai sempre più di frequente, colpiscono – e talvolta distruggono – intere aree del nostro pianeta. A giugno 2019 mi trovavo nel mio luogo d’elezione, e forse è solo per questo che lo ricordo con chiarezza. Lavoravo in rifugio già da parecchi mesi, e orde di escursionisti salivano da noi bramando sollievo dall’afa della città. Certo, le temperature erano più basse rispetto a quelle misurate in valle, ma anche i fuggiaschi notavano che, per essere sopra i duemila metri, durante il giorno faceva più caldo di quanto avessero previsto. È necessario continuare a sottolineare che le temperature sono relative all’altitudine. Se in montagna per stare all’aperto di sera c’è bisogno di indossare un pile o una giacchetta, non significa non faccia caldo. Se alla Capanna Margherita sulla Punta Gnifetti (4554 m) sentiamo freddo, non significa che sia «tutto a posto». «A giugno 2026 lo zero termico è stato superiore ai 4500 metri per più giorni consecutivi» mi dice al telefono Michele Freppaz, esperto di neve e suoli d’alta quota e docente all’Università degli Studi di Torino. «Impressionanti le immagini delle cascate d’acqua sulla parete Nord del Cervino dopo un temporale, segno che la pioggia era caduta ad altissima quota. Nel 1934 Umberto Monterin, scienziato valdostano, pioniere degli studi di glaciologia e climatologia storica, contribuì alla stesura del Manualetto di istruzioni scientifiche per alpinisti del CAI. Già all’epoca li invitava a prestare attenzione a ciò che accadeva in alta montagna. "Alpinista, se vedi piovere d’estate sopra i 3500 metri, avvisami", riportando data, ora e luogo. A quel tempo era un evento eccezionale, oggi purtroppo si verifica molto più di frequente ed è un segnale visibile degli effetti del cambiamento climatico. Quella frase racchiude anche un altro messaggio importante: ciascuno di noi può diventare un sensore ambientale e contribuire con le proprie osservazioni alla conoscenza e al monitoraggio dell’ambiente: un approccio che oggi chiamiamo citizen science». Umberto Monterin condusse gran parte dei suoi studi sul Monte Rosa, e così Michele, la cui «base operativa» si trova a 2901 metri all’Istituto Scientifico Angelo Mosso, in Valsesia, al confine con la Valle di Gressoney. È un luogo magico, con una storia più che centenaria, e ora anche sede di un sito di ricerca della Rete Internazionale LTER, per la promozione e il coordinamento della ricerca ecologica a lungo termine. «Anche la prima decade di luglio è stata caldissima. I ghiacciai non sono più in equilibrio con le condizioni climatiche attuali: nel corso dell’anno perdono più neve e ghiaccio di quanto riescano ad accumularne. Su alcuni ghiacciai campione si effettuano misurazioni alla fine della primavera per valutare l’accumulo nevoso invernale, e alla fine dell’estate per misurare quanto ne è rimasto. La neve caduta durante l’inverno costituisce una sorta di coperta protettiva: grazie alla sua elevata capacità di riflettere la radiazione solare, limita il riscaldamento e la fusione del ghiaccio sottostante. Se una parte della neve sopravvive all’estate, nel tempo può trasformarsi in nuovo ghiaccio. Oggi invece, quando si torna a settembre, spesso la riserva di neve invernale è completamente scomparsa a causa delle temperature estive troppo elevate e la fusione interessa direttamente il ghiaccio, che non è più protetto e continua così a perdere massa». Nelle ultime settimane al centro dell’attenzione è stato il ghiacciaio del Presena, nel Gruppo della Presanella, tra la Val di Sole e la Val Camonica, su cui è stato disegnato un faccione triste in arancione e la scritta «Morte sicura». Sul ghiacciaio Presena lo sci estivo iniziò a essere praticato alla fine degli anni Sessanta, mentre oggi la stagione sciistica si conclude generalmente entro la fine di maggio. Per limitare localmente la fusione di neve e ghiaccio, dal 2008 ogni estate una parte del ghiacciaio viene ricoperta con teli geotessili. L’efficacia di questa tecnica è stata studiata e monitorata con il contributo scientifico dell’Università degli Studi di Milano. «I teli geotessili sono una specie di membrana. Sono bianchi, e la loro funzione è quella di riflettere il più possibile la radiazione solare incidente grazie a un’elevata albedo, e in tal modo possono limitare la fusione del ghiaccio» mi spiega Michele. Questo approccio, leggo in rete, era già stato utilizzato sulle Alpi austriache, su quelle svizzere e in Germania; in Italia, invece, su piccole aree non utilizzate per lo sci. Attualmente la superficie del ghiacciaio ammonta a 260 mila metri quadrati; la porzione coperta da questi teli di polipropilene e poliestere è compresa tra i 110 e i 120 mila metri quadrati, meno della metà. «I teli geotessili vengono utilizzati in siti specifici, per esempio spazi adibiti allo sci, ma non possono essere proposti su larga scala, sia a livello di costi sia di gestione. Aiutano la riduzione locale e temporanea della fusione glaciale, ma non salvano i ghiacciai». Sul sito degli impianti di Pontedilegno-Tonale leggo che sotto le coperte di tessuto geotessile «il ghiacciaio riposa tutta l’estate». Io il ghiacciaio non lo immagino riposare, piuttosto sudare. Magari molto meno, ma suda lo stesso. Il 24 giugno 2026 ho visto da lontano il Bara Shigri, il ghiacciaio più esteso dell’Himachal Pradesh: misura circa 26 chilometri. Ero lontana, e lui, da lontano, gigantesco. Solo a distanza di qualche giorno mi sono domandata se sull’Himalaya facesse troppo caldo, se anche quel ghiacciaio stesse soffrendo gli effetti del cambiamento climatico. Forse perché quelle montagne mi sono sempre parse una fortezza inavvicinabile, che nulla avrebbe mai potuto espugnare. Mi sono rimproverata di non aver chiesto informazioni, di essermi concentrata solo sui racconti degli inverni a meno trenta gradi, sugli yak, sui monasteri al confine col Tibet. Io non so se questo caldo ci farà svegliare o ci farà cadere in un torpore ancora più profondo. Ma so che dobbiamo ascoltare la voce di Michele, dei suoi colleghi e colleghe, che traducono per noi i lamenti dei ghiacciai e di tutto il nostro pianeta.

Raccontata dalastampa.it

Timeline cronologica

  1. martedì 14 luglio 2026·lastampa.it

    La voce dei ghiacciai

    Secondo Copernicus, programma di osservazione della Terra dell’Unione europea, lo scorso mese è stato il secondo giugno più caldo che sia mai stato registrato in Europa, preceduto…