I fatti, scriveva Bulgakov, sono la cosa più ostinata del mondo. La politica, la storia, la filosofia lo ripetono da sempre, soprattutto nei momenti di crisi, quando le parole si separano dalle cose e occorre ricordarsi che con le prime, intorno alle prime, si può litigare; con le seconde no. La lunga contesa intorno alla parola femminicidio va letta dentro questa cornice. Pochi vocaboli hanno avuto una vita tanto difficile, eppure, mentre il dibattito continuava, la parola si è diffusa. La lingua funziona così: è l’uso a decidere. E quando una parola riesce a dare un nome a un’esperienza condivisa, finisce per imporsi sulle resistenze, sulle polemiche, perfino sui tentativi di cancellarla. Così è accaduto anche per femminicidio: hanno vinto i fatti.