L’unica esplosione che poteva aspettarsi Monte Carlo è quella della memoria sull’avenue Verdun, intitolata alla battaglia che ha lasciato dentro la prima guerra mondiale 700 mila soldati. Sopra, la collina di Beusoleil circondata dai gradini che la staccano dal resto della Francia, sotto la riviera monegasca, un piccolo impero fatto a misura di privacy. Un microcosmo dove sparire perché ogni singolo abitante cerca sicurezza, anonimato, riparo. E tutti possono pagare per il privilegio di vivere dentro la bomboniera. Mentre il turismo spende per passare in mezzo all’illusione di un universo protetto. Fino a che una bomba artigianale sulla porta di un oligarca ucraino risveglia un dubbio molto più devastante dell’impatto: il paradiso non esiste, nemmeno se te lo puoi permettere e lo affitti con una residenza impossibile. Monte Carlo è un abbaglio. Vive di impeccabili stereotipi tanto assurdi da reggere la realtà. Lì nessuno infastidisce qualcun altro, solo silenziosi bus elettrici che passano da un livello al successivo, in un paesaggio da presepe che sfida la contemporaneità. Non c’è più terra dove stare, così si allungano sul mare, come fanno in Arabia Saudita, abituata a costruire sul nulla: il massimo dell’elitarismo.