Cara Maria,ti scrivo in un sabato assolato di giugno, per parlarti di una mia cara amica con cui ho condiviso un week end di chiacchiere ma anche di dolore, il suo. Sapevo che stava giù di morale ma non così male come poi ho notato, e non so cosa fare per lei. Le parole non bastano e anche l’affetto sincero non è una medicina. «Che senso ha a questo punto il domani», mi ha detto come se non ci fosse speranza per lei, confessandomi che non riesce nemmeno più ad alzarsi per andare a lavorare, a uscire di casa, a chiamare un’amica. E così mi sono resa conto che in effetti ero sempre io che la chiamavo negli ultimi tempi. Tutte le lettere e le risposte di Maria Corbi Era venuta al mare, mi ha detto, perché le avevo chiesto di aiutarmi ad aprire la casa e si era sentita in dovere di ricambiare la mia gentilezza e il mio affetto, le cortesie che le avevo fatto e che io non ricordavo nemmeno più. Come se il motore fosse il dovere, solo quello, e non il piacere. «Quello non lo provo più da quando Luigi mi ha lasciata», mi ha detto con sincerità. «Da otto anni non so cosa sia il piacere del sesso, ma anche di una compagnia, avere qualcuno con cui fare una passeggiata, andare a prendere un gelato». Testuale. Piangeva mentre le parole uscivano come un vomito incontenibile. Aveva bisogno di fare uscire la disperazione, quella mancanza profonda a me incomprensibile. Luigi? Il ricordo mi tornò veloce a quel troglodita sposato con un’altra che le faceva promesse a vanvera e che si occupava della mia amica solo quando aveva voglia di un po’ di sesso, diverso da quello coniugale. Era così evidente, ma lei lo aveva idealizzato, come un principe azzurro e non come quel rospo non trasformabile che era. Non ho avuto cuore di infierire in quella situazione così emotiva e faticosa, ricordandole per chi stesse soffrendo. Le ho chiesto invece se fosse la mancanza di un uomo, di un compagno, a farla sentire così sola e desolata, capace di dire una frase definitiva come quella che mi aveva appena confidato. E che ora ripeteva, anche se con altre parole: «ho 60 anni, non vale più la pena…». La guardavo cercando di comprenderla, ma l’unica cosa che mi è venuta da dire è stata: «hai bisogno di un aiuto, di uno psichiatra, uno psicologo che riesca a farti uscire da queste sabbie mobili in cui ti sei messa e in cui annaspi senza tentare di uscire». Ha annuito senza convinzione. Eppure non è una persona sola, ha amiche, due figli ormai grandi affettuosi come lo sono i maschi, ossia alla distanza, una famiglia di origine che ancora la circonda. Un lavoro (che spero non stia perdendo a causa della sua apatia) e colleghi con cui ha anche delle relazioni extra ufficio. Ma si sente sola perché non ha un uomo. Possibile? A me sembra pazzesco e mi sembra di aver letto un’altra storia simile a questa in una delle tue rubriche passate. Di solito sono gli uomini che non sanno stare soli, che hanno bisogno del sesso per stare bene. Noi donne siamo più forti, indipendenti, meno legate al piacere per il piacere. Capisco la mancanza ma non una depressione così profonda da far pensare che ormai è tutto inutile, senza senso, senza speranza. Ma quando abbiamo disimparato a stare da soli? Sono troppo severa, troppo stupita, troppo superficiale?Maria Anna Risposta Cara Maria Anna,non sei né troppo stupita, né troppo severa, probabilmente solo un poco superficiale perché la depressione è qualcosa che va oltre la ragione e anche la volontà. La tua amica attribuisce alla mancanza di un uomo, del desiderio, dell’essere desiderata, del sesso, la sua infelicità visto che non riesce a capirne la vera origine. E spesso non c’è. La causa può essere organica, chimica, o con radici molto profonde nella storia conscia o inconscia di ognuno. O addirittura nella genetica considerata “medicina di precisione” anche nel vasto campo dei disturbi dell’umore. Quindi hai fatto bene a consigliarle di andare da uno specialista che possa guidarla verso la luce del tunnel che sta attraversando. Nella tua lunga lettera mi dici anche che in questi anni di forzata solitudine si è lasciata andare fisicamente, e che sta perdendo anche agilità a causa della inattività prolungata. Ragione di più per costringerla ad andare da un medico e iniziare un percorso di risalita. Questo può fare un’amica/o: insistere con dolcezza ma anche fermezza senza arrendersi di fronte a quell’atteggiamento negativo che sembra un muro. Immagino che non ci sia solo tu intorno a lei e allora organizzate delle uscite e se non vuole, andate da lei, bussate alla porta, forzate la sua resistenza. Oltre non potete fare, e alla fine ognuno di noi sceglie se e come combattere i propri demoni. Ma non consideratela una donna che fa i capricci perché non ha un uomo, è una persona malata. Deve avere un sostegno. Hannah Arendt sosteneva che la solitudine è il luogo in cui si impara a pensare e giudicare e che «il vivere con gli altri comincia con il vivere con se stessi». La tua amica deve riannodare il legame, fare pace con se stessa, ritrovarsi. E imparare a stare da sola, che non significa essere solitaria. Difficile dare una risposta a questo tema così importante, ma è sempre bene parlarne, perché la depressione, i disturbi dell’umore sono ancora causa di stigma sociale e parte della cura possiamo essere anche noi, non lasciando solo chi ne soffre.