Secondo The Economist Calcutta è la megalopoli (23 milioni di abitanti) più vivibile dell’India. Certo è facile battere la capitale Delhi, la seconda più popolosa area metropolitana del mondo (35 milioni) nonché la più inquinata, assediata da un traffico infernale. E Mumbai, il polo finanziario, stimata in 27 milioni di anime, con i grattacieli assediati dagli slum e una viabilità da incubo ma la qualità dell’aria att enuata dalla brezza marina, almeno nei ricchi quartieri costieri. Comunque un bel risultato per Calcutta, per decenni simbolo di carestie, drammi umani e sociali provocati da bibliche ondate migratorie da Bihar e Bangladesh, provocate da guerre, siccità ed alluvioni. Kolkata (come l’ha ribattezzata il nazionalismo indù) ha subito traumi inimmaginabili ad altre latitudini. Drammi palesati dall’opera caritatevole di Madre Teresa. Dal più radicato partito comunista dell’India. E da ‘La città della gioia’ di Dominique Lapierre, narrazione della miseria di slum, lebbrosi e umanità disperata: miserie mutuate dalla vicenda di Hasari Pal, un uomo-cavallo che vive tirando i rickshaw di corsa. Calcutta è l’ultima città dell’Asia ad avere ancora rickshaw trainati da essere umani: sono scomparsi dal centro, ma restano un comune mezzo di trasporto nelle più povere periferie.