Esseri fragili quali siamo, ciò che scarta dalla norma, di norma ci disturba, e qualche volta ci spaventa proprio. Anche per questo la notizia che un padre ha ucciso il figlio si è fatta largo imperiosa tra le carneficine indecenti del mondo grande e lontano, che da anni si mangiano necessariamente le pagine dei giornali, i tg e i social. È invece, quella della famiglia Scirolli, la storia di un mondo piccolo e vicino, in cui è immediato e naturale specchiarsi: un padre con un lavoro normale (funzionario all’Asl), una madre con un lavoro normale (cassiera in un ipermercato) e due figli grandi, maschio e femmina. Intorno a loro, una cittadina da quarantamila abitanti, con il mare, il castello, altri palazzi storici, il duomo e il belvedere. Stringendo lo sguardo: la palazzina in cui gli Scirolli vivono, le scale interne con l’affaccio dei vicini, l’ascensore, il pianerottolo, la rampa dei box: potrebbe essere casa nostra, o dei nostri cari. E se già la condizione di chi sopravvive a un figlio è indicibile (letteralmente: non esiste la parola), il fatto che sia il padre a togliere la vita a chi sarebbe destinato a sopravvivergli ci mette di sicuro in maggiore allerta, inchiodandoci all’attenzione. D’altronde nei casi di cronaca più eclatanti c’è sempre qualcosa che va oltre il sensazionalismo indegno, pettegolo e guardone, oltre la contingenza del chi, come, quando, dove e perché, oltre i dettagli cruenti buoni solo a restituire la superficie dei fatti. Qualcosa che si radica nel profondo, intendo nella paura più profonda. In quella sfera intima, e sociale insieme, dove risiedono i tabù, le regole da non trasgredire mai, pena la disgregazione dell’individuo e il disintegrarsi della comunità.