Oggi siamo di fronte a una discontinuità nel modo di intendere il lavoro da parte delle nuove generazioni. Le radici di tale mutamento risalgono più indietro nel tempo e fanno riferimento a un cambiamento profondo nel modo di intendere e concepire i valori in un contesto che muta rapidamente, generando nuove identità sociali. Si tratta di filoni di pensiero già presenti in modo latente prima del Covid-19 e di cui le ricerche sulla popolazione iniziavano a dare conto. Tuttavia, l’esperienza di sospensione temporale esercitata dal biennio Covid-19 (2020-21) ha provocato una rottura radicale e offerto un’accelerazione a quei processi, che hanno trovato – nell’ambito del lavoro – una nuova giustificazione. Praticamente in tutte le famiglie, in quel periodo, almeno un componente per motivi di studio o di lavoro ha potuto palpabilmente sperimentare la possibilità di organizzare la propria vita e gli impegni di studio e lavoro in modo diverso da prima. Con la possibilità di conciliare gli spazi individuali, gestendo il lavoro e lo studio in autonomia, modellando i tempi su di sé, evitando spostamenti, traffico, inquinamento, perdite di tempo e altro ancora. Nonostante ciò, il sistema economico ha proseguito, seppure con tutte le difficoltà, il proprio percorso con un’organizzazione diversa. Un altro modo di produrre e di lavorare è diventato plausibile e, oggi, poco rinunciabile agli occhi delle nuove generazioni. Ciò spiega perché, soprattutto per alcune mansioni, la richiesta di una flessibilità degli orari o la possibilità di lavorare anche da remoto è divenuta un elemento chiave nei colloqui di lavoro.