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“Viviamo schiacciati tra l’esaltazione della cattiveria spacciata come libertà e l’essere buoni a tutti i costi”

«Quando un assassino viene arrestato ci stupiamo sempre tutti. Era tanto bravo, salutava sempre. Il mostro, se fosse realmente mostruoso, lo riconosceremmo subito, invece è come tutti quanti, fa la spesa come noi, ci siede accanto sull’autobus. Quando parliamo di mostri parliamo di noi stessi: la nostra indignazione nasce sui sacchetti della spesa a pagamento, ma il fatto che donne, bambini e uomini muoiano di fame a Gaza non ci tocca. Nessuno può assolversi». A parlare è lo scrittore e regista di thriller Donato Carrisi, che incontriamo al Riviera International Film Festival e che è un convinto sostenitore dell’imprevedibilità della natura umana: «Nei miei romanzi, come nei miei film, non ci sono innocenti». Come mai il male attira più del bene?«Senza il cattivo la storia non funziona. La natura umana è contraddittoria, i buoni possono diventare cattivi e viceversa. Quando ammetteremo questa nostra fragilità riusciremo a convivere anche con il nostro lato oscuro. Purtroppo oggi a livello culturale stiamo vivendo una spaccatura». Ovvero?«Da una parte l’esaltazione della cattiveria, spacciata come libertà, quando invece è una cosa di una crudeltà mostruosa. Dall’altra parte c’è l’essere buoni a tutti i costi, anche a costo di fare del male. Siamo compressi in mezzo a questi due movimenti culturali». È uno degli autori e registi che parla apertamente di quanto sta accadendo a Gaza, non tutti si esprimono altrettanto liberamente sul tema.«Io sono stravolto da questa cosa. Non ne faccio una questione politica. Quello che è accaduto a Gaza è mostruoso, come quello che è accaduto il 7 ottobre. Però se uno vuole debellare un fenomeno tremendo come la mafia non si mette a bombardare la Sicilia. Non dovrebbe funzionare così, il fatto che nessuno dica niente sciocca ancora di più». Respira un’aria di censura?«Di censura e autocensura. Penso che molti non parlino per paura di parlare. Ormai tutto è politica, se dici o fai una cosa diventa immediatamente un gesto politico. Sbagliatissimo, il primo filtro delle cose dev’essere il senso di umanità, non c’è bisogno di schierarsi per dire che è terribile vedere le persone che muoiono di fame e sete a Gaza. Dirlo non vuol dire essere antisemiti, così come se diciamo che Hamas è orrenda non diventiamo nemici della Palestina. La violenza va comunque condannata». Nel suo lavoro avverte il pericolo della censura?«Sì, siamo continuamente osservati, il boicottaggio può partire da qualunque punto, proprio perché è tutto politicizzato, ma io non mi faccio contagiare dalla politica». Come si scherma?«Cercando di conservare uno spirito critico, perché è quello che ci manca. Si pretende che tutti abbiamo delle opinioni nette e quando non ce l’abbiamo dobbiamo stare zitti. Invece no, dobbiamo esprimere i nostri dubbi senza essere additati. Io sono veramente agghiacciato, mi è anche difficile parlarne, poco fa ho visto il video di un bambino morto che era identico a mio figlio, una somiglianza casuale, ma c’era. Mi ha stravolto. Quando è iniziata la guerra in Ucraina la mia traduttrice ucraina mi scriveva che stava ricamando il nome dei suoi figli sui loro vestiti. Mi sembrava una cosa carina, mi spiegò che lo faceva affinché in caso di bombardamenti fossero riconosciuti i loro cadaveri. È una persona che aveva una vita come la mia, come la nostra, eppure è andata a dormire in metropolitana a Kiev, dove ero stato a presentare il mio libro. Non ci vedo niente di politico nel denunciare questa cosa come sbagliata. E non voglio essere strumentalizzato per questo». Però?«Però so che questo significa esporsi, e a chi conviene? È una cosa che mi sta sconvolgendo, ho anche tanti amici in Israele e li vedo allo sbando, non riescono più a dare un’interpretazione alla realtà, non hanno votato Netanyahu, ma adesso provano a stringersi tra loro. Quindi questo stronzo continua ad avere un consenso che in realtà non merita ed è grave che nessuno faccia niente, che l’Occidente non si schieri in maniera aperta. Per un semplice risultato: fermatevi, fermi. Che non significa altro». Parliamo di cinema, ha vinto un David di Donatello nel 2018 con “La ragazza nella nebbia”. Cosa pensa dei premi?«Quando si vince bisogna evitare un errore fondamentale, pensare sia un punto di arrivo. È comprensibile e umano, ma è meglio pensare che quel premio sia già passato e cercare nuove storie, come ho sempre provato a fare io da allora, per non ripetermi». Come diventa regista uno scrittore?«In tanti modi, il mio è stato partire come regista, oltre che come sceneggiatore. Ho fatto tante seconde unità, per fare cinema devi conoscere bene la macchina. Sono contrario agli scrittori che fanno i registi, più favorevole ai registi che fanno gli scrittori, non ci si può improvvisare dietro una cinepresa. Quando l’ho fatto io ero consapevole, non era un vezzo tipo “Oggi mi metto a fare il regista”». Qual è una seconda unità che ha fatto?«Ce n’è una di una serie tv in cui il regista doveva staccare ogni giorno alle sei per prendere lezioni di golf e il produttore esecutivo, che non c’è più purtroppo, mi buttò lì senza che il regista lo sapesse. Non tutte le esperienze che ho fatto sono accreditate, ma ero sempre sul set, non ero lo sceneggiatore che sta con i pugni sulle tempie a casa a scrivere». Sappiamo che sta lavorando al nuovo romanzo, sta pensando anche a un nuovo film?«Mi sto prendendo del tempo, non bisogna avere fretta di andare sul set. Posso permettermelo, avendo una carriera da scrittore, di fare le cose lentamente. Anche perché ogni film è un impegno che mi prendo con gli spettatori, mi danno in cambio la cosa più preziosa, il loro tempo. E me lo devo meritare. Poi è un periodo stranissimo per il cinema». “Stranissimo” suona come un eufemismo.«Sta cambiando il pubblico in modo radicale, non è solo una questione di tax credit e finanziamenti. Non ci sono soldi, ma anche il pubblico nel frattempo è radicalmente cambiato e il cinema per sopravvivere deve tornare a rischiare. Non è possibile che in Italia ancora abbiamo difficoltà su determinati generi, io sono un pioniere del thriller, nessuno aveva mai fatto thriller in Italia, il mio primo film La ragazza nella nebbia fu un rischio». La serialità le interessa?«La trovo bellissima, ma la preparazione di una serie porta via anni rispetto al cinema e c’è sempre il rischio di annoiarsi. Ho amici sceneggiatori disperati che stanno scrivendo episodi della serie per l’ennesima volta, è un processo creativo lungo, si finisce per perdere lucidità». Il suo “La casa dei silenzi” (ed. Longanesi) diventerà mai un film o una serie?«Non lo so. Quante volte abbiamo visto serie o film terribili tratte da romanzi meravigliosi? Troppe, non voglio affrontare questo rischio che si aggiungerebbe, nel caso in cui raggiungesse un pubblico ampio, a quello di essere etichettato». Come non vorrebbe essere etichettato, ad esempio?«Come un artista solitario, io non sono mai da solo. Da regista ho una troupe a cui distribuisco il copione e di cui ascolto il parere. Da scrittore ho la stessa casa editrice da sempre e durerà per tutta la vita perché sono persone che hanno costruito questo successo insieme a me, non è una cosa solo mia. Non esistono artisti solitari».

Raccontata dalastampa.it

Timeline cronologica

  1. domenica 15 giugno 2025·lastampa.it

    “Viviamo schiacciati tra l’esaltazione della cattiveria spacciata come libertà e l’essere buoni a tutti i costi”

    «Quando un assassino viene arrestato ci stupiamo sempre tutti. Era tanto bravo, salutava sempre. Il mostro, se fosse realmente mostruoso, lo riconosceremmo subito, invece è come…