Migliaia di persone circondarono le ambasciate e i consolati degli Stati Uniti d’America, Paese di grandi orizzonti che adesso rimpicciolivano nella soffocante stretta del Massachusetts. Il minatore, il marinaio, il muratore, l’operaio, l’addetto alla catena, il poeta orfano di sogni, lo scrittore senza ispirazione, il vagabondo, il lavoratore occasionale, le storie degli esclusi si riallinearono sullo stesso fuso orario. “Li hanno uccisi”, “Assassins”, They are dead now”. Arresti ovunque, da Charlestown a San Francisco, da Londra a Sydney. Bandiere a fuoco in Sudafrica. A Ginevra venne assaltata la sede della Società delle Nazioni, e danneggiati i negozi che esponevano le bandiere a stelle e strisce.
All’inizio del Novecento, tra le migliaia di proletari che lasciano l’Italia per approdare negli Stati Uniti d’America in cerca di un’occasione di vita migliore, ci sono anche due emigrati che, loro malgrado, diventeranno emblema internazionale di vittime dell’ingiustizia. Uno arriva da Foggia, l’altro da Cuneo, non si sono mai visti e non si conoscono, ma in America si appropriano di una coscienza sociale, si radicalizzano e si ritrovano nell’ideale dell’anarchia, delusi da ciò che gli Stati Uniti gli hanno riservato al loro arrivo.
