Il Ppe che sconfessa il Ppe, Ursula von der Leyen che tradisce se stessa e un Green Deal che da “piano ambizioso” e “rivoluzione” rischia di diventare “un’ideologia“. Meglio stravolgerlo in nome della convivenza con gli interessi economici. Il documento programmatico del Partito popolare Europeo, dal titolo La nostra Europa, una casa sicura e buona per le persone e presentato mercoledì al congresso del partito, a Bucarest, sembra scritto dalle formazioni ultranazionaliste di Identità e Democrazia o dal gruppo dei Conservatori europei. E invece esce dalle mani della famiglia del centrodestra moderato dell’Ue, la più grande e rappresentata di tutta la Plenaria. Così, accanto agli appunti sulla “sostenibilità economica” della transizione e i rinvii sulla diffusione delle auto elettriche, emerge anche una proposta radicale sul tema immigrazione: il modello al quale puntare è quello dell’esternalizzazione feroce tramite accordi con Paesi terzi, esattamente come l’accordo tra Gran Bretagna e Rwanda.
Spolpare il Green Deal
Sono passati quasi cinque anni dal discorso pronunciato dall’allora neoeletta presidente della Commissione Ue. Il contesto politico europeo, e tedesco, era ben diverso: i Verdi in Germania superavano il 20%, i Fridays for Future riempivano le piazze guidati da Greta Thunberg e, così, anche i partiti di centrodestra avevano bisogno di mostrare sensibilità per le sempre più pressanti questioni ambientali. Quale migliore occasione se non la nomina della nuova capa di Palazzo Berlaymont? È in questo contesto, ma non solo per questo, che nacque l’idea di una rivoluzione green sponsorizzata da Bruxelles che mirava a portare l’Unione ad avere emissioni zero entro il 2050.
