Scatta il reato di sottrazione e violazione della corrispondenza per la moglie che si appropria delle lettere della banca indirizzate al marito e le porta in Tribunale, con la speranza di veder lievitare il suo assegno. La Cassazione esclude, infatti, per la signora la scriminante della giusta causa, che sarebbe stata riconosciuta solo nel caso in cui “trafugare” la corrispondenza fosse stato il solo modo di informare il giudice sulla situazione patrimoniale del consorte. Ma così non è, perché proprio il giudice, anche in udienza presidenziale, può, se lo ritiene, acquisire tutte le informazioni necessarie per adottare provvedimenti provvisori ed urgenti.
I documenti può acquisirli il giudice
La Suprema corte boccia dunque il metodo “fai da te” adottato dalla donna che, senza neppure mostrarla al marito, aveva preso la posta nella quale la banca comunicava che i quattro bonifici disposti dall’uomo erano andati a buon fine. Denaro sul quale la moglie accampava dei diritti. Il “furto” della posta non era, sottolinea la Suprema corte, neppure finalizzato a dimostrare una disparità reddituale nella coppia, circostanza che non lo avrebbe comunque reso legittimo, ma una pretesa di restituzione «di dubbia attivabilità in un processo di separazione». Ma a prescindere da questa considerazione, quello che rende inevitabile la condanna, spiegano gli ermellini è «l’assoluta assenza di una necessità difensiva». Per la Cassazione un’evidente violazione della riservatezza. E la ricorrente non è stata considerata credibile quando ha affermato di aver trovato in casa la busta già aperta.
