Che le rottamazioni siano sempre un flop per le casse pubbliche la Corte dei Conti lo racconta dettagliatamente da anni, in ogni relazione sul rendiconto generale dello Stato. I governi tirano dritto e continuano a proporre nuove “paci fiscali”, con il brillante risultato di scoraggiare i contribuenti dal pagare il dovuto nei tempi previsti, indebolire l’azione di controllo dell’ente della Riscossione – trasformato in una specie di finanziaria che fa credito ai cittadini – e incassare quando va bene meno di metà del dovuto. Sta andando così, ovviamente, anche con la rottamazione quater delle cartelle sopra i 1000 euro affidate all’agente della riscossione tra 2000 e 30 giugno 2022, fortemente voluta da Matteo Salvini e inserita nella legge di Bilancio per il 2023. Non a caso, anche stavolta è già arrivata – via Milleproroghe – la riapertura dei termini a beneficio di chi non ha rispettato il patto con le Entrate.
I dati li ha forniti mercoledì, in question time, la sottosegretaria al Mef Lucia Albano. Lo scorso anno, quando chi ha aderito avrebbe dovuto pagare le prime due rate, erano attesi 11,9 miliardi. Ne sono stati incassati, ha detto, 6,8 (anche se l’Agenzia delle Entrate una settimana fa parlava di 4,3). Gli altri 5,4? Sono “decaduti”: vale a dire che i contribuenti non hanno versato il 45% del dovuto, pur avendo chiesto di rateizzare godendo così dell’abbuono di interessi, sanzioni e aggio. Albano, esponente di Fratelli d’Italia, ha fatto buon viso c cattivo gioco rivendicando che quella percentuale è “nettamente inferiore rispetto a quella registrata con riferimento alle precedenti procedure di agevolazione agevolata”: 53% nella prima rottamazione, 67% nella seconda e 70% nella terza.
