“Non ho alcuna speranza di migliorare la mia vita, se non con la morte di mia madre. Ammesso che non muoia prima io”. Maria è una donna che da un giorno all’altro ha lasciato Milano per Perugia, per assistere la madre malata di Alzheimer che abita nella cittadina umbra. Maria è una donna che vive alla giornata, una giornata fatta di compiti precisi e in sequenza e ha perso la speranza in quello che lei stessa definisce senza mezzi termini un abbandono da parte dello Stato.
Il Patto per la terza età, con il relativo decreto attuativo che l’esecutivo Meloni ha approvato giovedì 25 gennaio, riporta di attualità il tema dell’assistenza alle persone non autosufficienti, giovani o anziane che siano. Un vero e proprio mondo a parte che solo chi l’ha provato può comprendere a fondo nella sua complessità, fatta di storie di persone che, nel caso degli adulti, da un giorno all’altro o quasi, non sono più se stesse e hanno bisogno cura e assistenza continue.
Il costo è incalcolabile, se si pensa che molto spesso, come nel caso di Maria, a prestarla sono i figli, i quali si trovano così a fare i conti contemporaneamente con la rinuncia a una vita propria e il dolore per la malattia del genitore. E molto spesso non basta, motivo per cui i professionisti dell’assistenza sono figure chiave che vengono troppo spesso trascurate, formate male, sottopagate e non valorizzate, mentre dovrebbero essere al centro di una riforma di sostanza.
