Alcuni giorni fa Amit Sousana di Kfar Aza, rilasciata dopo 55 giorni di prigionia, ha parlato per la prima volta della sua esperienza: “Il mio rapimento è stato molto violento. Ho continuato a resistere finché alla fine mi hanno legata per le gambe e le braccia e mi hanno trascinata via. Sono stata picchiata duramente, avevo la faccia e il corpo gonfi e pieni di lividi. Sono stata anche tenuta da sola per un paio di settimane. C’era poco cibo, i guardiani erano pesantemente armati e hanno abusato di me e degli altri ostaggi. Sono stata anche tenuta in un tunnel di Hamas profondo 40 metri dove non c’era ossigeno e pochissimo cibo. Il tunnel era come una tomba, buio e umido, e ci sembrava di essere sepolti vivi. Siamo stati tenuti in condizioni disumane. Non ci era permesso parlare o piangere e neppure consolarci a vicenda…”.

Come è possibile, dopo testimonianze di questo genere, continuare a credere in un futuro di pace con i palestinesi? Come è possibile credere nell’umanità dopo il 7 ottobre? Come continuare a credere che l’accordo avvenga rapidamente e gli ostaggi possano tutti tornare a casa? Per i parenti degli ostaggi la paura per il destino dei loro cari sale di giorno in giorno, e così la loro richiesta di accordo e il loro urlo sempre più concentrato: “Ahshav!” (adesso) “kulam” (tutti), mentre le testimonianze di chi è tornato diventano più esplicite.