“Mi piacerebbe girare un piccolo film in cui lasciarsi andare a un momento di felicità e spensieratezza”. Roberto Benigni torna a parlare di cinema dopo tempo immemorabile. Le dotte analisi dantesche, gli alti appelli al senso dello stato, le intemerate sulle virtù del bene contro il male, i canti aulici sull’amore hanno per un attimo, ma proprio qualche secondo non di più, preso una pausa. “Ho avuto tante offerte in Italia e ne ho tanta voglia, anche se non mi sono mai fermato, ho fatto altre cose. Mi piacerebbe girare una piccola opera personale, che abbia il senso del nostro tempo. Un’opera che si prenda il cuore del mio cuore”, ha spiegato Benigni durante la consegna del dottorato di ricerca honoris causa in Belle Arti (l’undicesima onoreficienza in questi anni di recupero crediti intellettuali alti) presso la succursale romana dell’università americana di Notre Dame.
L’ultimo film di Benigni regista, e interprete, risale infatti a 19 anni fa. Fu il flop critico impressionante de La tigre e la neve (il New York Times lo definì “una sciocchezza vergognosa” mentre il NYPost sostenne che “più il film va avanti più diventa fastidioso il comportamento infantile di Benigni”). Opera prodromica che già preconizzava l’autoelevazione a cantore della bellezza del creato e che parcheggiava definitivamente in cantina la prepotenza distruttiva del comico, iniziata ad abbandonare dal giorno in cui al “Robbertooo” nazionale venne in mente il pastiche tragicomico, e oscarizzato, de La vita è bella.
