Far crescere economicamente l’Africa significa allevarsi un concorrente alle porte di casa capace di operare su produzioni a maggiore valore aggiunto ed accettare, ad esempio, che gruppi automobilistici come Stellantis o Volkswagen spostino la loro produzione in paesi come Marocco e Algeria. E che poi altre industrie seguano. Oppure smetter di sussidiare i prodotti agricoli nazionali per far si che le produzioni africane possano competere sui nostri mercati. “I Paesi africani hanno un enorme potenziale e hanno bisogno di accedere alle catene del valore regionali e globali. Questo richiede un nuovo modello di partnership con investitori e paesi stranieri. L’Italia è qui per questo”, dice il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. “Noi non abbiamo energia, loro hanno energia. Abbiamo una grande industria, devono svilupparla. . . C’è una forte complementarità”, ha detto lo scorso 5 gennaio il numero uno dell’Eni Claudio Descalzi al Financial Times. Appunto.
Sarebbe però bene chiarirsi cosa questo significhi prima di avventurarsi in visionari progetti. Non perché sia in sé sbagliato, anzi, ma perché non sembra essere questo l’atteggiamento con cui il governo Meloni, l’Italia, e l’Ue nel suo insieme, guardano all’Africa. Tanto meno ora, con istinti protezionistici che riprendono vigore in tutta Europa e i sondaggi delle prossime elezioni segnalano una virata decisa verso movimenti nazionalisti. Oltre che con poche risorse il piano Mattei nasce quindi con questa tara genetica che non ne lascia presagire un felice sviluppo.
