Di Gigi Riva non ho scritto. Volevo farlo, ma avrei dovuto studiare quello che sapevo già. Ci sono cose che sai, che capisci in profondità, ma se non le hai studiate a fondo non puoi scriverne. D’altro canto io sono del ’65, e purtroppo un po’ di cose le ricordo appena. Le ho perse per generazione.
Dunque quello che non ho studiato (i minuti, insignificanti eppure basilari dettagli delle vite, delle biografie, degli episodi) lo lascio a Luca Telese, che ne fa un racconto perfetto. Ma quello che so, invece, lo scrivo. Ci penso ogni volta che vedo un giocatore talentuoso ma senza “garra”, senza quel “duende” che nello sport (e nella vita) è tutto. E mi dispiaccio così tanto per lui. Chi ha pochi talenti ma ci prova, per me, sarà sempre un eroe, mentre chi ne ha tanti e li spreca lo disprezzo.
Parlo della fame. Non necessariamente fame di cibo. Le privazioni sono brutte, e basta. Sembrano belle solo a qualche romantico con la pancia piena, servono solo a scaldare la sua vita fredda e vuota. Ma la “fame” è un’altra cosa, e fa rima con l’umiltà. Il non dare mai niente per scontato, il non “abituarsi”. E il godere di niente. Pensare alto e vivere basso. Insomma: come eravamo (e come io, a scanso di equivoci, e tanto per farmi odiare sempre un po’, mi sento oggi).
