di Monica Valendino
Il razzismo esiste e sorprende che lo si scopra in uno stadio, nella fattispecie quello di Udine, dove una manciata di tifosi si è scatenata per provocare il portiere del Milan, Mike Maignan. Sorprende che il polverone che si è alzato coinvolga un impianto e una città (Udine) da sempre considerati esempio. Sorprende che la punizione inflitta (squalifica dello stadio per una giornata) sia di gran lunga superiore a fatti analoghi successi in piazze più blasonate.
Maignan, c’è un primo denunciato: ha ripetuto l’insulto razzista per 12 volte. Daspo di 5 anni, l’Udinese lo bandisce a vita dallo stadio
Ma quello che sorprende di più è l’ipocrisia che regna attorno al calcio e a questi censurabili avvenimenti. Chi ha una certa età e frequenta i campi di pallone da sempre, anche quelli impolverati e periferici, sa che insultare l’avversario è prassi. Con i criteri di oggi poche partite di quando indossavamo gli scarpini sarebbero arrivate al decimo del primo tempo, e non solo nei campi periferici ma a tutti i livelli dove insulti razzisti, sessisti o omofobi, oltre a una serie di rosari che implicavano tutti i santi e oltre, erano la norma. Eppure, quel pubblico così pittoresco era composto da persone non solo laboriose, ma anche generose finita la partita; persone in fondo molto migliori di chi oggi punta l’indice la domenica e si volta dall’altra parte nel resto della settimana.
