“Claudia molto presto mi ha detto di essere una bambina. Io non pensavo nemmeno che fosse possibile, all’inizio pensavo si sbagliasse. Era ossessionata dal suo corpo. Un’ansia costante quando pensava che sarebbe diventata come il suo papà. Mi chiedeva tutti i giorni che cosa le sarebbe successo. Quando ho scoperto l’esistenza dei sospensori della pubertà, mi sono sentita di rassicurarla e dirle ‘Claudia, non ti preoccupare che se da grande ancora non vorrai essere come papà ci sono delle persone e un farmaco che ti aiuteranno’. Per la prima volta vidi la felicità sul suo volto. L’ansia sparì e Claudia riprese a essere la bambina che doveva essere alla sua età”.
Questo mi racconta la mamma di Claudia, oggi una ragazza, che da sempre ha saputo di non appartenere al genere assegnato alla nascita e che nel suo percorso di affermazione di genere è stata scrupolosamente accompagnata per anni dall’equipe dell’ospedale di Careggi di Firenze. Ricordo che la prima volta che andammo insieme a Careggi con la mamma di Claudia e altri genitori era l’inizio del 2017. Vivevamo tutti la stessa situazione e le preoccupazioni erano davvero tante. Sapere di non essere delle famiglie che avrebbero dovuto gestire da sole una situazione in Italia abbastanza sconosciuta e davvero molto stigmatizzata è stato fondamentale. L’equipe medica di Careggi è stata davvero essenziale in questo: ha saputo riconoscere un vuoto assistenziale che riguardava le persone transgender di ogni età e ha saputo colmarlo con professionalità e serietà.






