La crescita del pil – intorno al 3% – ha superato di gran lunga le aspettative, ma non c’è tempo per festeggiare. Il Brasile lavora alacremente per scongiurare le incerte prospettive per il 2024. Il primo anno della nuova presidenza Lula è stato segnato da un profondo rinnovamento del sistema di finanza pubblica e della politica fiscale: nuovi vincoli di spesa, introduzione dell’Iva e di una “tassa sul peccato” (alcol e sigarette), un’aliquota del 70% per i professionisti e una nuova tassa sugli investimenti in fondi chiusi e offshore. Potrebbe non bastare: secondo il Tribunal de Contas da União, la Corte dei Conti brasiliana, il Paese verde-oro dovrebbe chiudere il 2024 con un disavanzo di 11,2 miliardi di dollari, lontano dagli obiettivi di deficit zero del governo.

A gennaio 2023 la Banca centrale stimava una crescita del Pil per l’intero anno dello 0,78%, ma 11 mesi dopo è stata costretta a rivedere le proprie stime per un ben più rilevante 3% per cento. Per i risultati ufficiali bisognerà attendere ancora un po’, ma non ci sono dubbi che la performance del Brasile nel primo anno del Lula-ter sia stata migliore delle attese. Anche l’inflazione ha richiesto una correzione delle stime, dal 5,4% al 4,5% di fine anno, con un tasso di interesse di riferimento, il Selic, abbassato per quattro volte consecutive, dal 13,75% di agosto 2022 all’11,25% dell’ultimo consesso di dicembre. Allo stesso tempo, la disoccupazione è scesa al 7,5% a novembre, dopo il picco del 14,9% di marzo 2021. La buona performance economica ha favorito la decisione di S&P di aumentare il rating del Paese da BB- ​​a BB a dicembre dopo una decisione simile di Fitch a luglio.