di Michele Sanfilippo
Una delle cause principali della crisi delle democrazie rappresentative è, a mio avviso, l’eccessiva permeabilità della politica rispetto alle pressioni economiche esercitate dal potere economico. Già Cicerone, nelle sue Verrine, ci ammoniva sui guasti della corruzione di chi governa ma, da quando è caduto il muro di Berlino, il lobbismo è sempre più in grado di esercitare pressione sulla politica per orientarne le scelte, in tutti gli ambiti possibili e immaginabili. A livello planetario si possono fare esempi come quello dei mondiali di calcio in Qatar, all’Expo 2030 a Riad o le ridicole (non) decisioni prese durante il recente Cop28. A livello domestico, abbiamo visto come sono state condotte le privatizzazioni. Come sanno bene i cittadini italiani, basta osservare lo stato della sanità pubblica o le infrastrutture (autostrade e telefonia) per capire come la politica (indifferentemente, a destra come a sinistra) le abbia svendute al mercato.
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Questa commistione tra affari e politica ha consentito la crescita di una zona grigia, sempre più vasta e trasversale tra i partiti, dove la corruzione del politico non viene neppure percepita come tale ma viene, piuttosto, ritenuta fisiologica per il normale svolgimento delle attività. La classe politica delle democrazie di quasi tutto il mondo anziché cercare di ridurre i margini di illegalità, creando anticorpi al suo interno, ha preferito arginare il potere giudiziario. Lo hanno fatto Ungheria, Polonia, Romania, Israele con leggi liberticide che mirano a subordinale il potere giudiziario a quello esecutivo e suscitando proteste più o meno intense.
