A un secolo dalla morte (Pittsburgh, 21 aprile 1924), Eleonora Duse, la nostra attrice più grande, resta per tanti aspetti un enigma. Nonostante la grande mole di studi che le sono stati e continuano ad esserle dedicati in tutto il mondo. Si mosse tra vecchio e nuovo teatro, gelosa della propria indipendenza, senza appartenere né all’uno né all’altro. Grazie al successo clamoroso che raggiunse presto (e fu incondizionato, soprattutto all’estero), si aprì nella scena del tempo, a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, una personalissima via artistica, impossibile da etichettare, oggi come allora.

La sua indubbia, sconcertante modernità poco aveva a che fare con quella perseguita dalle avanguardie storiche o dal teatro di regia. Ciò che dava agli spettatori non era né divertimento né impegno intellettuale, ma neppure emozioni più o meno consolatorie. Nel suo nuovo, importante contributo sulla “divina” (Eleonora Duse. Storia e immagini di una rivoluzione teatrale, Carocci), la specialista Mirella Schino parla di “scossa”: un turbamento, un’inquietudine, un dolore persino, che potevano lasciarti profondamente toccato, addirittura sconvolto, senza catarsi. Insomma, si trattava per molti di un’esperienza non (soltanto) estetica ma umana, esistenziale.