Non sono trascorse che cinque settimane dal giorno in cui Javier Gerardo Milei, netto vincitore delle ultime presidenziali argentine, ha messo piede nella Casa Rosada. E sebbene moltissima – anche troppa, come non pochi ritengono – sia la carne da lui già messa al fuoco, è ancora presto, anzi prestissimo, per esprimere giudizi di qualche sostanza sul suo operato e sulla pratica efficacia delle sue ricette – o meglio delle sue prediche economico-politico-filosofiche.
Milei fondamentalmente resta – e tale presumibilmente resterà ancora per qualche tempo o addirittura, chi può dirlo?, in saecula saeculorum – un indovinello dentro un enigma. Vale a dire: l’indovinello d’un molto pittoresco personaggio che – sospinto da una mistica interpretazione delle teorie neoliberali della scuola austriaca ed esaltato dalle sue turbolente esibizioni, motosega alla mano, nei più scollacciati talk-show televisivi – è infine assurto alla presidenza d’un paese devastato dall’ultima delle sue cicliche (croniche) crisi economiche.
Tra inflazione alle stelle e stipendi fermi la povertà dilaga in Argentina. I timori della gente: “Ora Mieli taglierà i pochi sussidi”
E l’enigma – l’eterno, inestricabile enigma – d’un paese, l’Argentina, le cui vicende politiche ed economiche sono, per politologi, economisti e storici, quello che per i matematici fu (e tuttora è) l’irrisolta “Ipotesi di Riemann” (relativa alla distribuzione dei numeri primi, ma non è il caso di entrare qui in dettagli, specie per chi, come me, di matematica non capisce una mazza).
