Benjamin Netanyahu è solo con il suo governo. Perché l’alternativa all’isolamento sarebbe la morte politica. Il popolo israeliano era stato chiaro dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre: il premier dovrà dimettersi appena finisce la guerra a Gaza. E allora, adesso che il conto alla rovescia si avvicina allo zero, il conflitto deve continuare, in qualsiasi modo. Soprattutto se per mettervi fine il primo ministro deve tradire il punto centrale di 30 anni di politica: l’opposizione alla nascita di uno Stato palestinese.
Anche se le tensioni regionali l’hanno resa quasi un’utopia, le morti, le devastazioni e le sofferenze da entrambe le parti della cortina che separa Israele dalla Striscia di Gaza hanno riportato la soluzione dei ‘due popoli e due Stati‘ al centro dei piani della comunità internazionale. Non è una soluzione facile da perseguire, ma è l’unica che la politica mondiale riesce a ipotizzare. Così, su quella posizione si sono schierati la maggior parte dei Paesi arabi, i governi europei e anche il grande alleato americano. Tutti a chiedere la fine di Hamas e, dall’altra parte, delle colonie illegali in nome di una normalizzazione che porti alla creazione di uno Stato di Palestina riconosciuto.
