“Un disastro inimmaginabile: le persone soffrono la fame, e anche andare in bagno ormai è diventato un lusso perché non c’è più acqua. È peggio di un terremoto, peggio di un vulcano”. Così Sami Abu Omar, coordinatore del centro di scambi culturali Vik di Gaza, descrive le condizioni della popolazione sfollata nel sud della Striscia di Gaza. Con l’inizio dell’assedio della città meridionale di Khan Younis, la seconda più grande della Striscia dopo Gaza City, Sami Abu Omar è stato costretto a lasciare la sua abitazione insieme ad altre migliaia di persone. Il suo palazzo ora è stata occupato dai cecchini di Tel Aviv. “Abbiamo camminato per 14 chilometri a piedi. Le persone non avevano niente, solo quello che indossavano. Siamo arrivati a Rafah, ma qui non c’è più un posto: è tutto pieno dopo l’arrivo degli sfollati dal nord. Alcuni hanno cominciato a costruire baracche con assi di legno e teli di plastica per proteggersi, ma quando piove i tetti diventano come vasche. Noi ci siamo sistemati in una piccola stanza vicino al mare. Dentro siamo 40″.

Voci di Gaza – “Si stanno diffondendo virus respiratori, ma è impossibile curarsi. E anche chi sta male deve spostarsi verso sud per salvarsi”