A 43 giorni dalla strage indisturbata di Hamas e dalla cattura dei 242 ostaggi di cui 219 in mano dei miliziani di Hamas, mentre i restanti sarebbero in balìa di altre fazioni non meglio identificate, la situazione nella striscia di Gaza ha superato nella scala dell’orrore qualsiasi previsione catastrofica della prima ora. Ma ciò che è più allarmante e difficile da comprendere è la ripetizione ossessiva da parte del governo israeliano “allargato”, tutt’ora sciaguratamente appiattito sulla pretesa di rivalsa personale di Netanyahu, di “sradicare” Hamas, operazione di mesi secondo le previsioni attendibili dei generali.

E non è solo il tempo a rendere velleitaria la determinazione ad andare avanti incuranti dell’evidenza che annientare militarmente Hamas significa semplicemente polverizzare tutta la striscia di Gaza.

A voler contrastare un piano esclusivamente tattico, privo di un approdo politico e risolutivo qual è quello di Netanyahu non sono solo la comunità internazionale che si è espressa nell’ambito delle Nazioni Unite; l’Europa con l’accorato monito di Josep Borrell “un orrore non ne giustifica un altro”; l’alleato americano che dopo aver messo in guardia da subito Israele perché non ripeta gli errori dell’Occidente con l’Isis, ora senza giri di parole ha definito impossibile pensare di annientare completamente Hamas.