Non sappiamo ancora che fine abbia fatto Giulia Cecchettin ma in compenso godiamo di una profonda umanizzazione di colui che potrebbe rivelarsi il suo carnefice. Speriamo si sia trattato d’altro, ovviamente, ma come non notare i tanti interventi in favore di un individuo che viene descritto, come quelli che prima di lui che sono responsabili di una sparizione o della morte di una donna, come fragile, in crisi di abbandono, terrorizzato all’idea di perderla. Sarebbe questo il modo di descrivere la situazione? Cosa sappiamo di lei? Chi davvero è interessato a lei?
Si preparano fior di attenuanti per un uomo che non si sa dove abbia portato la sua ex fidanzata, ancora una volta in procinto di allontanarsi da lui, di progettare il suo futuro, di migrare forse per lavoro. Possibilità che potrebbe esserle stata strappata di mano da chi non voleva che lei andasse oltre. Eppure ci interessiamo all’animo desolato e inquieto del ragazzo e non è questo il modo di fare buon giornalismo, in special modo quando si parla di un probabile femminicidio. Che sia stata rapita o allontanata contro la sua volontà è molto probabile, le tracce di sangue non ci fanno ben sperare e sebbene la vorremmo viva e tra le braccia dei suoi cari dobbiamo comunque ricordare a chi ne scrive che umanizzare il suo probabile carnefice, rafforzando l’empatia per l’uomo, non rende un servizio alle tante vittime di femminicidio.
