“L’elezione diretta del premier rischia di far perdere l’autorevolezza del capo dello Stato, una figura di garanzia e non politica, e priverebbe gli italiani di una figura alla quale sono affezionati, non so quanto lo apprezzerebbero”. Tra le varie stroncature del ddl costituzionale del governo Meloni – atteso al Consiglio dei ministri di venerdì – spicca quella di Giuliano Amato, ex presidente della Consulta nominato proprio dall’esecutivo a capo della “Commissione algoritmi” che studierà le applicazioni dell’intelligenza artificiale nel mercato editoriale. “Ci potrebbe essere un referendum confermativo e la storia dice che queste riforme poi non hanno una grande fortuna alle urne”, nota Amato a Start su SkyTg24. In effetti, su tre referendum costituzionali celebrati nella storia repubblicana, due (nel 2006 e nel 2016) hanno respinto il disegno di legge approvato dalle Camere, uno solo (nel 2001) l’ha confermato.

Critica sul disegno di legge anche l’Anpi con il suo presidente Gianfranco Pagliarulo: “Registro che con questa proposta di premierato salta in aria la divisione dei poteri rigorosamente disegnata dai costituenti. Il ruolo del presidente della Repubblica si depotenzia strutturalmente davanti a quello di un premier eletto a suffragio universale e si azzoppano i suoi poteri in merito alla nomina del presidente del Consiglio, oltre che rispetto allo scioglimento delle Camere”. Nel testo, infatti, si prevede che il capo dello Stato debba obbigatoriamente nominare premier il candidato capo della coalizione che ha vinto le elezioni: se il governo cade, l’incarico può essere assegnato solo a lui stesso o a un membro della sua stessa maggioranza (la cosiddetta norma “anti-ribaltone”). “Il Parlamento, ridotto a un compito puramente notarile rispetto alle decisioni del premier e del governo, perde la sua autonomia. Si concentra nelle mani di una persona un potere del tutto squilibrato rispetto al legislativo”, afferma il capo dell’associazione dei partigiani.