Negli anni ’70 negli Stati Uniti si pensò che fosse opportuno far partecipare la vittima (o i suoi parenti) del processo penale al verdetto con i Victim Impact Statements. Se tale partecipazione non veniva considerata immorale di per sé, la critica riguardava il fatto che potesse rappresentare un viatico per la sproporzione e per l’alimentazione di un ulteriore ciclo di violenze (per non dire della possibilità dell’errore).
Il fatto che le vittime degli attacchi di Hamas, o i parenti delle vittime di coloro che dai terroristi sono stati brutalmente assassinati, covino un desiderio di vendetta non è affatto incomprensibile, tutt’altro. È umano, perfino troppo umano, che chi ha subito violenza e sopraffazione pretenda che al reo venga inflitta una sofferenza atta a ripagare quella causata dalle sue azioni. Tuttavia la retribuzione, quando non la restituzione del male con un surplus di male, non può rappresentare uno standard di conseguimento per i poteri pubblici. La ‘controparte’ di Hamas non sono le famiglie delle vittime, ma lo Stato israeliano. Esso soltanto è in grado di ragionare senza soggiacere alle passioni degli uomini, benché fatto da uomini e non automa impersonale.
Hamas diffonde il primo video con un ostaggio: “Mi chiamo Maya, ho 21 anni. Riportatemi a casa al più presto”
