Se esci da New Gate, lasciandoti alle spalle il quartiere cristiano, ed entri in città nuova passando tra l’imponente bianco del Notre Dame Center a destra, e gli spazi ariosi e moderni della City Hall e del Municipio sulla sinistra, verso l’Italian Hospital con la sua copia della Torre di Arnolfo, ad un certo punto cominci ad accorgerti che le cose intorno a te stanno cambiando.

Cominci a vedere sempre più haredim, non così frequenti in altre zone della città nuova – cappotto lungo nero, cappello, i lunghi ricci ai lati del viso; sempre meno cellulari, e quelli che vedi sono vecchi modelli, tutti rigorosamente senza internet. Una delle cose che ti colpisce per prima, molto tenera, sono questi bambini, anche di quattro, cinque anni, che camminano da soli, mano nella mano, con i loro bei ricci, la kippah e le frange – le tzitzit – che escono dalle loro camicie bianche.

Anche i negozi sono diversi: diventano sempre di più quelli che straripano di ritratti incorniciati di rabbi e maestri d’Israele. E più ti inoltri, più ti accorgi che sei rimasto solo tu a non vestire come loro, e se ne accorgono anche loro: lo noti presto; te lo fanno notare. Gli uomini da un lato, le donne dall’altro, senza correre il rischio di incrociarsi. Alle pareti delle case, sulla strada, manifesti in ebraico o in yiddish – l’unica fonte di informazione: qui non ci sono giornali, tanto meno televisione. L’unica cosa comprensibile ad uno straniero, in inglese, l’invito, a caratteri cubitali, non gentilissimi, a non andare in giro «in immodest clothes» e a non disturbare la santità del luogo.