Mentre un’ampia fetta dell’opinione pubblica israeliana critica apertamente le politiche messe in atto dal governo, con le opposizioni che chiedono le sue dimissioni da premier d’Israele, Benjamin Netanyahu prova a salvarsi politicamente liberandosi dagli ingombranti alleati di estrema destra, che con lui hanno guidato l’esecutivo, ottenendo da questi il via libera alla formazione di un governo di unità nazionale insieme alle opposizioni.

La richiesta era arrivata direttamente dal primo ministro il 9 ottobre: “Faccio appello ai partiti dell’opposizione per un governo di emergenza nazionale ma senza precondizioni – aveva dichiarato in diretta tv parlando del conflitto esploso con Hamas – Il popolo è unito, lo deve essere anche la leadership”. Una mossa che, però, ha non solo l’obiettivo di ricompattare il Paese, diviso proprio da un governo che dai primi giorni della sua entrata in carica ha dovuto fare i conti con le manifestazioni di piazza a causa dell’approccio estremista nei confronti del sistema giudiziario, ma anche di rimanere alla guida dello Stato d’Israele continuando così a evitare i processi per corruzione che lo vedono imputato.

Dopo la débâcle dei servizi d’intelligence e dell’esercito che ha permesso la sanguinosa incursione dei miliziani di Hamas, adesso Netanyahu è in grave difficoltà. Il suo governo ipersecuritario, che aveva messo la difesa della popolazione israeliana in cima al suo programma elettorale, è stato colpito proprio in quello che doveva essere il suo punto di forza. Così, adesso, per sopravvivere politicamente il premier ha bisogno di mettere insieme le forze del Paese per almeno condividere le responsabilità delle prossime decisioni.